>> 1.2 La criminalità a Mantova: osservazioni generali sulle caratteristiche socio-demografiche della città
Mantova, da un punto di vista fisico e geografico, si trova in una condizione di isolamento: il fatto di essere circondata dai laghi e - in tempi lontani - ben difendibile, ha comportato, di contro, l'impossibilità di un suo sviluppo urbanistico.
Fino al 1780, la città era completamente circondata dall'acqua perché a sud il lago denominato "Paiolo" collegava il lago superiore a quello inferiore trasformando Mantova - a tutti gli effetti - in un'isola.
A partire dai primi del '900 ha iniziato a svilupparsi il quartiere denominato "Pompilio" nei pressi dell'Ospedale. Là ove si estendeva il lago Paiolo è iniziata l'urbanizzazione solo a partire dal dopoguerra: i quartieri Due Pini e Valletta Paiolo risalgono, infatti, agli anni 60/70.
Questo primo dato, accanto all'immagine suggestiva di una città d'acqua in piena Pianura Padana, è interessante perché indica chiaramente le direttrici dello sviluppo urbano di Mantova: la conquista degli spazi, la terra sottratta all'acqua, hanno prodotto con il tempo, l'accelerazione di un fenomeno di esclusione sociale divenuto più forte nel tardo Ottocento ed in tutto il Novecento.
Inoltre, la carenza di spazi e la loro limitatezza hanno fatto sì che i nuovi quartieri si sviluppassero tutti al di là della cerchia urbana, il centro storico propriamente inteso, delimitata dai laghi che circondano la città.
E' interessante ricordare che proprio nel Centro Storico la borghesia tardo ottocentesca e quella del primo '900 hanno dato luogo ad un'operazione di "conquista" degli spazi, iniziando un'opera di bonifica dei quartieri popolari (molto più spesso a vantaggio proprio più che a beneficio degli occupanti). In questo contesto si inseriscono le demolizioni del "Ghetto" ebraico e del quartiere noto come "Bellalancia" negli anni '50.
Perché la borghesia abbia scelto di "occupare" la città, anziché trasferirsi all'esterno può dipendere dal fatto che solo nel centro, a partire dall'epoca medievale e per tutta quella rinascimentale, si è sviluppata l'attività economica. Infatti gli interessi economici nelle campagne e le ricche proprietà terriere potevano -e lo furono- essere amministrati tranquillamente dalla città.
Il centro della città finisce dunque per rappresentare la memoria storica del potere ed il luogo dal quale il popolo doveva essere, in qualche maniera, estraniato.
Mantova è inoltre una città che ha visto il suo massimo incremento demografico intorno alla prima metà degli anni '70 del 900, dopo di che è iniziato un inarrestabile declino e oggi, con i suoi 49 mila abitanti, è uno tra i più piccoli capoluoghi di provincia di tutta l'Italia.
Un fatto curioso, ma illuminante sullo sviluppo della città, è rappresentato da alcune statistiche demografiche riportate da alcuni studiosi.
Il Davari, nei primi del '900 dava conto della popolazione residente a Mantova tra il '400 e il '600, in un epoca nella quale la città occupava il centro vero e proprio e non esistevano - come oggi - frazioni poste al di là delle mura, dei ponti o dei laghi.
In sostanza, con uno sforzo di immaginazione - che non rende di certo giustizia della realtà storica - si potrebbe paragonare la Mantova di allora alla sola circoscrizione 1 nella quale oggi abitano 16.000 individui; mentre nel 1491 ve ne erano 22.000; nel 1592 addirittura 31.422 e nel 1625 ben 29.710.
Pur tenendo presente il diverso periodo storico, la diversissima struttura sociale, le differenti le condizioni di vita ed aspettative; le diverse condizioni abitative, tuttavia il dato non può non colpire.
Furono del resto ragioni di carattere economico e sociale a portare al declino demografico della città, intorno agli anni settanta del 1900: infatti il polo industriale, raccolto nella periferia, entrò in crisi a causa di importanti cambiamenti economici locali e nazionali.
Mantova vide una forte concentrazione operaia in alcuni quartieri senza mai essere stata una città operaia. La sua vocazione all'artigianato e all'agricoltura si spiegano proprio attraverso la storia di una provincia nella quale è sempre stato prevalente il lavoro della terra.
La crisi del porto fluviale prima (Porto Catena), e del polo industriale poi, hanno ridotto in maniera drastica la mobilità di manodopera: i quartieri operai (Fiera-Catena e Valletta Valsecchi in un primo tempo e Lunetta Frassino in un secondo momento) sono la testimonianza, non più attuale, di un passato nel quale esistevano situazioni di proletariato e sottoproletariato urbani, oggi scomparse.
A Mantova, inoltre, la nascita di nuovi quartieri ha seguito una logica diversa da quella che ha caratterizzato e caratterizza lo sviluppo urbanistico delle città che si espandono. Il recupero edilizio del centro storico, susseguente la bonifica del quartiere Bellalancia sul Rio (anni 50,) ha comportato il trasferimento degli abitanti nel quartiere di Valletta Valsecchi, allora considerato periferia. Successivamente, la demolizione delle case "popolarissime" di Te Brunetti (Tigrai) negli anni 60/70 ha significato il trasferimento degli abitanti nel quartiere di Lunetta Frassino. Infine il recupero edilizio del quartiere di Porto Catena/Fiera Garibaldi - negli anni 70/80 - ha prodotto il trasferimento dei residenti a Lunetta/Frassino, Colle Aperto/Gambarara e Dosso del Corso, insomma verso quartieri caratterizzati dalla presenza importante di edilizia residenziale pubblica e localizzati tutti al di fuori del centro storico cittadino.
In sostanza si è provveduto, come nel tardo '800 e nel primo '900, a lasciare il centro (recuperato da un punto di vista edilizio ed urbanistico) alle classi più ricche e trasferire le classi popolari nei quartieri periferici e/o satelliti: un movimento centrifugo che oggi è ancora in atto in direzione di Borgochiesanuova e di Cittadella.
Un movimento di cui vi è, storicamente, una visibile traccia nella costruzione del quartiere di Te Brunetti che, sorto nel 1934 ed occupato dal sottoproletariato che abitava il centro storico (San Leonardo e Ghetto) ha svolto una funzione di esclusione e di controllo sociali già testimoniata da numerosi studiosi.
E' interessante notare come, a partire dai primi del '900 e soprattutto negli anni '20, la città si è espansa accorpando alcune frazioni che appartenevano già ad altri Comuni: Cittadella (Comune di Porto Mantovano); Frassino e Virgiliana (Comune di San Giorgio); Castelletto Borgo e Formigosa (Comune di Roncoferraro); il territorio retrostante le mura di Palazzo del Te (Comune di Virgilio); Belfiore, Castelnuovo e Angeli (Comune di Curtatone).
Pertanto, l'unione politica ed amministrativa delle frazioni alla città, più che un'espansione, è stata il tentativo di estendere l'influenza del capoluogo su aree esterne alle mura che si caratterizzano - anche dal punto di vista urbanistico - come estranee all'architettura e alla storia della città, che per secoli aveva goduto di un proprio preciso isolamento.
Va infine ricordato che negli anni '80 e '90 del 1900 era stata da più parti suggerita - a livello politico ed amministrativo - la proposta di realizzare la "Grande Mantova", ossia l'unione al Capoluogo dei comuni contermini della cintura, che avrebbe consentito alla città di raggiungere la soglia dei 100 mila abitanti e avrebbe riproposto il tema dell'espansione urbana (che aveva già caratterizzato l'inizio del secolo) attraverso l'accorpamento di territori con loro precise peculiarità storiche e di sviluppo.
Attualmente il territorio comunale risulta suddiviso in cinque circoscrizioni ognuna delle quali presenta caratteristiche particolari.

Abitanti

% sul totale

Circ.1

16.379

33,32

Circ.2

14.201

28,87

Circ.3

7.138

14,51

Circ.4

4.647

9,44

Circ.5

6.818

13,86

Totale

49.183

100

Infatti si notano differenze riguardo le dimensioni, ma soprattutto relativamente alla concentrazione demografica.
Come evidenziato dalla tabella precedente le circoscrizioni più popolose sono quella del centro storico (1) e quella di Valletta Valsecchi - Valletta Paiolo, Te Brunetti (2), le quali da sole sono abitate dal 62,19 % dei residenti. La circoscrizione 2 - considerata semi-periferia - è in realtà centro perché, come si è visto, a Mantova la periferia inizia sempre al di là di qualcosa: in questo caso sono i ponti a separare "l'isola" dalla terraferma come in epoca medievale era il Rio a dividere la città dal suburbio.
L'analisi dell'espansione del territorio urbano di Mantova evidenzia dunque un movimento centrifugo che ha spinto fuori dal centro cittadino i ceti popolari e con loro, pare, anche buona parte dei problemi sociali della città.
Un altro aspetto interessante ai fini di un'analisi approfondita dell'andamento del fenomeno criminale in città è quello relativo all'esame della popolazione residente in città ed ai movimenti anagrafici.


Fonte: ISTAT Censimento della popolazione.

La tabella che precede - riferita ad un periodo antecedente a quello analizzato dalla presente ricerca - offre tuttavia un quadro interessante sui movimenti della popolazione. Il dato principale è rappresentato dallo spopolamento della città di Mantova: che in dieci anni (1981-1991) ha perduto 7.800 abitanti, mentre al 1999, circa vent'anni dopo, il saldo negativo sale a 12.578.
Un altro elemento molto importante ai fini dell'analisi sul fenomeno criminale è costituito dal progressivo invecchiamento della popolazione (la qual cosa conferma un trend nazionale) ed il saldo è doppiamente negativo se letto in chiave qualitativa poiché accanto al dato "naturale" c'è quello migratorio e ad andarsene dalla città è la popolazione giovane.
Nella tabella che segue è indicata la distribuzione per classe d'età degli abitanti di Mantova alla data dell'ultimo censimento (1991) su un totale di 53.065 unità.


Fonte: Elaborazione dati ISTAT-

La spiegazione del fenomeno è abbastanza complessa e forse può essere utile approfondire l'interpretazione sociologica che, leggendo lo sviluppo urbanistico della città, segue i movimenti che hanno caratterizzato - nella corso della storia di Mantova - gli spostamenti della popolazione verso l'esterno della città.
A corredo di quella lettura sembra utile, ora, ragionare sul fenomeno rappresentato nel grafico che segue, il quale riporta i dati osservati nel censimento del 1991 avente ad oggetto le abitazioni nella città.


Fonte:ISTAT Censimento delle abitazioni.

Come si può vedere, il numero di abitazioni e delle stanze non occupate è certamente significativo. Provando ad immaginare le oltre 1800 case "abitabili" ed agibili e calcolando che in ognuna di esse vi potessero risiedere famiglie nucleari composte da tre persone, avremmo in questo modo una popolazione residente, nel 1991, aumentata di 5.409 unità.
Poiché nel 1991 la popolazione censita è stata di 53.065 individui, aggiungendo le 5.409 unità (teoricamente possibili) si otterrebbe una popolazione di 58.474 residenti, assai vicina a quella accertata nel 1981 (60.866 persone) con un saldo negativo di soli 2.392 individui.
Se poi volessimo ragionare sul dato noto della popolazione al 31/12/99 (48.288 individui), avremmo un saldo negativo di 4.777 persone rispetto al 1991, la qual cosa è in grado di spiegare perché il fenomeno spopolamento sia inesorabile nonostante l'esistenza certa di spazi vivibili nella città.
Questo calcolo, puramente speculativo e teorico, che non tiene conto della situazione reale accertata nel censimento (la tipologia delle abitazioni e del loro stato di manutenzione), dimostra tuttavia che la città possiede e possedeva spazi certi per ripopolarsi ma che non sono stati e non sono, in questo momento, utilizzati. In tal modo, e seguendo questa tendenza apparentemente inarrestabile, Mantova capoluogo è entrata nel nuovo millennio come una tra le città più piccole d'Italia.
Volendo - a questo punto - ragionare in termini di analisi qualitativa e quantitativa della criminalità si può affermare che essendo Mantova una città invecchiata difficilmente potrà essere caratterizzata da fenomeni delinquenziali gravi.
Si è visto come la letteratura criminologica abbia dimostrato abbondantemente che la delinquenza viene agita soprattutto nella fascia di età compresa tra i 15 e i 25 anni e che, progressivamente, il fenomeno delinquenziale si riduce5.
Poiché, dunque, a Mantova la fascia di popolazione che qui interessa (15-25 anni) va velocemente assottigliandosi, è evidente che in tale contesto si potrà semmai porre un problema di vittimizzazione ai danni della popolazione anziana, più debole ed esposta alle aggressioni della delinquenza appropriativa.
In proposito è utile tentare ulteriori approfondimenti che muovono anch'essi dall'analisi dai dati censiti nel 1991 e relativi al grado di istruzione ed alla condizione lavorativa della popolazione residente.


Fonte: ISTAT Censimento generale della popolazione

Come si può notare la popolazione residente che al 1991 aveva conseguito la licenza elementare e quella media inferiore rappresenta la maggioranza: ciò è comprensibile alla luce del ragionamento che si è fatto in precedenza riguardo la rilevanza statistica della popolazione anziana, nata e cresciuta in un periodo storico nel quale - a parte l'obbligatorietà del primo ciclo scolastico- si considerava il lavoro e non l'istruzione un bene primario.
Inoltre, da un punto di vista professionale, Mantova è stata a lungo una città nella quale sono prevalse occupazioni di tipo operaio che non necessitavano di particolari specializzazioni e quindi, proprio perché la popolazione residente è in gran parte rappresentata dalle generazioni nate tra le due guerre mondiali, è logico trovare una scolarizzazione piuttosto bassa.
Tuttavia - a partire dagli anni 50 e 60 - con la riforma nazionale dei cicli scolastici si sono succedute generazioni che hanno fatto della scuola e dell'istruzione un momento significativo della loro esistenza. Sono numerosi i diplomati alla scuola media superiore ed è significativo il numero di laureati. Probabilmente la crisi occupazionale che ha interessato la città dagli anni 60/70 e la richiesta di forza lavoro sempre più specializzata, ha prodotto ed indotto il fenomeno della scolarizzazione post-obbligatoria e, negli ultimi 20 anni, l'abbandono dell'idea che sia preferibile un qualsiasi lavoro subito ad una crescita culturale di base e specialistica.
Riferito al problema della criminalità, l'aspetto dell'istruzione scolastica, possiede un importante rilievo. Abbandonate le suggestioni tardo positivistiche di fine '800, secondo le quali la scolarizzazione avrebbe prodotto la diminuzione della delinquenza, si può affermare che oggi la scuola e l'istruzione sono strumenti importanti per l'apprendimento della cultura del rispetto della legalità e spesso sono un argine concreto al rischio di condotte devianti e delinquenziali.
Strettamente connesso è l'aspetto legato al lavoro e all'attività produttiva.
I dati del censimento del 1991 sono significativi perché confermano buona parte delle osservazioni sin qui svolte e spiegano lo sviluppo della città di Mantova.


Fonte: ISTAT Censimento generale industria e servizi

Innanzitutto la tabella indica che l'agricoltura non rappresenta, per la città, un settore di forte richiamo: essendo - semmai - un patrimonio dell'intera provincia.
Il settore industriale è certamente importante ma rispetto alle "altre attività" è fortemente ridimensionato (anch'esso, inoltre, è più sviluppato in provincia con 71.013 occupati).
Il lavoro - nel 1991 - essendo probabilmente più sviluppato nel settore terziario che in quello industriale, richiedeva una certa professionalità e - di conseguenza - una maggiore scolarizzazione della popolazione.
Infatti, ridottasi la richiesta di personale salariato generico con l'entrata in crisi dell'industria, ecco che si è affacciata sul mondo del lavoro la richiesta di personale specializzato che soltanto la scuola e l'istruzione in generale potevano formare.
Analogo discorso vale per l'attività del terziario nella quale è richiesta una maggior professionalità a coloro che andavano a ricoprire la figura di colletti bianchi.
Significativa, da questo punto di vista, è l'analisi del dato relativo all'attività d'impresa e artigianale illustrato nei grafici che seguono.


Fonte: ISTAT Censimento generale dell’industria e dei servizi

 


Fonte: InfoCamere


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[5] Cfr. Bandini T. et al. (1990), Criminologia. Il Contributo della ricerca alla conoscenza del crimine e della reazione sociale, Giuffrè, Milano; Sherman L. (1998), Preventing Crime: What Works, What Doesn't, What's Promising, National Institute of Justice, Washington D.C., USA.

 

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