I RISULTATI DELL'ANALISI QUANTITATIVA SULLA PERCEZIONE DELL'INSICUREZZA
>> 2.1 La percezione dell'insicurezza nelle città: alcune osservazioni generali
La paura della criminalità ed il timore di esserne colpiti fanno parte di un fenomeno che sta caratterizzando sempre più profondamente la società contemporanea e comporta gravissime conseguenze sociali e psicologiche.
Molti ricercatori sottolineano come l'insicurezza possa divenire un fattore critico nei processi che determinano ansia e stress, determinare una limitazione dei comportamenti e dei movimenti delle persone nonché modificare sostanzialmente le relazioni sociali degli individui.
Inoltre, l'affiorare del problema dell'insicurezza si correla in profondità alle scelte politiche delle amministrazioni locali ed influenza le relazioni fra i diversi gruppi sociali nonché l'assetto urbanistico delle città.
I dati di una recente indagine di vittimizzazione6, relativa ai comportamenti illeciti che nel linguaggio comune vengono definiti "microcriminalità" ma la cui gravità è spesso tutt'altro che minima, evidenziano in modo incontrovertibile che anche in Italia il senso di insicurezza per la criminalità non solo esiste fra la popolazione, ma è diventato un fenomeno sociale che non si può continuare ad ignorare.
 
Alcuni studiosi preferiscono impiegare il termine criminalità predatoria per indicare quegli atti illeciti nei quali ci si appropria di beni mobili altrui o si danneggiano persone o beni mobili di altri.

La questione del senso di insicurezza, ignorata nel nostro paese fino a pochi anni fa, è stata oggetto negli ultimi trent'anni di numerosi studi e ricerche soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Le ricerca internazionali ha rilevato che il senso di insicurezza personale, seppure con un andamento parallelo all'aumento della microcriminalità, sembra essere socialmente sempre più diffuso ed assumere un rilievo particolare che lo rende una realtà, sia dal punto di vista sociale che scientifico, del tutto autonoma.

I ricercatori hanno evidenziato due dimensioni principali del senso di insicurezza: la fear of crime, cioè la paura personale della criminalità, ed il concern about crime ovvero la preoccupazione sociale per la criminalità o preoccupazione per l'ordine.

Roché S., (1998), Sociologie Politique de l'insecurité, Puf, Paris.

La prima è una risposta fisica ed emotiva ad una minaccia che può essere effettiva oppure potenziale, derivando, in questo caso, dalla rappresentazione anticipata di una situazione di rischio, legata alla percezione sia delle probabilità che tale situazione si verifichi che della gravità delle conseguenze possibili. La paura sociale per la criminalità, invece, è un senso di inquietudine che si prova per la sua diffusione nei luoghi in cui si vive.
E' interessante notare come la paura per la criminalità non si distribuisce in modo uniforme nella popolazione, ma varia a seconda del genere, dell'età, del tipo di comune di residenza o della zona geografica in cui si vive.
I dati delle ricerche mostrano che la variabile più importante è la prima, dato che la paura risulta essere molto più diffusa fra la popolazione femminile che fra quella maschile. La relazione fra età e paura personale, invece, appare curvilinea cosicché ad aver maggior paura sono le persone più anziane, seguite dai giovanissimi, mentre gli adulti di mezz'età risultano i soggetti che si sentono più sicuri.
Altre considerazioni interessanti si possono trarre altresì dall'esame delle ricerche riguardanti i gruppi a rischio, ossia quell'insieme di individui che, per le loro caratteristiche, hanno maggior probabilità di subire un reato. Questi studi consentono di indagare in una prospettiva completamente nuova e maggiormente attenta al reato, al tipo di situazione in cui viene commesso, nonché di evidenziare eventuali occasioni che lo favoriscono unitamente alla struttura delle opportunità connesse a quell'azione delittuosa.
E' interessante notare come queste indagini smentiscano altrettanti luoghi comuni cui spesso si sente far riferimento da parte dei media, circa le caratteristiche dei gruppi a rischio di vittimizzazione.
Il primo dato concerne l'età ed il sesso delle potenziali vittime e smentisce lo stereotipo che vuole le donne e gli anziani vittime privilegiate di borseggiatori e aggressori. In realtà la ricerca empirica mostra che il rischio è distribuito in modo diseguale fra i vari strati della popolazione: in particolare le donne corrono rischi maggiori di subire scippi o borseggi, mentre gli uomini di essere vittime di rapine o aggressioni personali. Il rischio di vittimizzazione varia anche in funzione dell'età, ma in modo diverso a seconda del tipo di reato, diminuendo all'aumentare dell'età per quanto riguarda rapine e aggressioni personali.
Inoltre, considerando tutti insieme i reati predatori, si può notare che il rischio di rimanerne vittima diminuisce con l'aumentare dell'età.
Un altro dato molto interessante è quello relativo ai rapporti fra tasso di vittimizzazione ed aree metropolitane. La ricerca ha sempre dimostrato - da cinquant'anni a questa parte - una stretta correlazione fra tasso di criminalità ed urbanizzazione7.

I risultati della ricerca internazionale cui risultati mostrano dunque che la paura della criminalità è molto più diffusa della vittimizzazione (criminalità reale) ed i gruppi demografici più insicuri sono, in realtà, i meno vittimizzati.

Tuttavia anche questa proposizione merita un approfondimento alla luce dei cambiamenti avvenuti nelle nostre città negli ultimi trent'anni, che hanno reso obsoleti gli schemi interpretativi a tutt'oggi utilizzati.

Finora si è calcolato il tasso di urbanizzazione di un comune in rapporto al numero dei suoi abitanti. Tuttavia - negli ultimi anni - si è assistito ad una scissione territoriale fra la popolazione diurna e notturna: in un primo momento è aumentato il numero di pendolari e successivamente a costoro si è aggiunta la quota dei consumatori metropolitani (city users) che si riversano periodicamente in città non per lavoro, ma per consumare servizi. Tutto ciò impone il riesame della relazione fra urbanizzazione e criminalità predatoria; non è più sufficiente, infatti, riferirsi al numero di abitanti dei comuni o ai tassi di criminalità, mentre è divenuto necessario distinguere fra il luogo in cui risiedono le vittime e quello in cui vengono commessi i reati.

La ricerca internazionale ha messo in evidenza che le dimensioni del comune di residenza influiscono sulla paura della criminalità, ma solo relativamente a quella di strada.
E' interessante esaminare anche la relazione esistente fra esperienze di vittimizzazione e paura personale. Le molte ricerche condotte in proposito negli stati Uniti, in Gran Bretagna e in altri paesi occidentali sono giunte a risultati contrastanti.
Alcuni autori nel valutare i risultati delle ricerche, che non mostravano relazioni fra le variabili, hanno ritenuto che l'esperienza personale di vittimizzazione possa giocare solo un ruolo limitato nello spiegare l'incidenza generale della paura della criminalità, oppure che l'aver subito un reato abbia reso gli individui più cauti e meno esposti ai rischi, riducendo al contempo la loro paura.
Va ricordato che la particolare distribuzione di dati e le apparenti incongruenze rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, spiegano il motivo per cui gli studiosi hanno da sempre cercato le ragioni sottese alla diversa distribuzione del rischio di vittimizzazione.

Fra le varie teorie è particolarmente interessante quella denominata life style model che focalizza l'attenzione sullo stile di vita dei soggetti cui sarebbero da ricondurre le variazioni fra i vari strati della popolazione in ordine al rischio di subire un reato violento.
I risultati hanno messo in rilievo che più lo stile di vita ( ovvero l'insieme di attività connesse al lavoro, alla scuola, alla gestione domestica o al tempo libero) mette a contatto l'individuo con potenziali autori di reato maggiore sarà il rischio di vittimizzazione.

Pertanto quanto e quando si esce di casa, i luoghi che si frequentano, i percorsi e i mezzi di trasporto usati, danno ragione delle variazioni del rischio.

Secondo la routine activity approach l'attività criminale è correlata a fattori ecologici e, perché si realizzi, vuole la necessaria copresenza di tre elementi: un soggetto disponibile e capace a commettere un reato, un obbiettivo (oggetto o persona) facilmente raggiungibile ed aggredibile e la mancanza di efficaci mezzi atti a contrastare l'azione delittuosa.

Questa teoria analizza le attività rutinarie compiute dalle persone e si propone di spiegare non solo le variazioni dei rischi nello spazio, ma anche nel tempo.
Poiché è sufficiente l'assenza di uno solo di questi elementi perché il reato non si compia si sono analizzate le attività rutinarie dei soggetti maggiormente vittimizzati per evidenziare le abitudini che possono esporli a potenziali criminali (prossimità), la loro posizione strutturale - lavoro, reddito, luogo di residenza - che li rende bersagli privilegiati (remuneratività) e poco difesi (accessibilità). Questi ultimi tratti dipendono a loro volta dalle caratteristiche socio-demografiche delle persone quali l'età, il sesso, la classe sociale.
Alcuni autori sono dell'opinione che la paura per la criminalità sia un sentimento irrazionale secondo due significati diversi: che la paura è sproporzionata ed eccessiva rispetto al rischio effettivo di subire un crimine (irrazionalità rispetto alle cause) oppure che tende ad ostacolare ed influire negativamente sul comportamento delle persone (irrazionalità rispetto agli effetti).
Per quanto riguarda l'irrazionalità riferita alle cause varie ricerche condotte in Gran Bretagna e negli Stati Uniti nel corso degli anni '80 hanno sottolineato l'irrazionalità della paura, ponendo in rilievo come i gruppi fra i quali era maggiormente diffusa - donne ed anziani - fossero anche quelli che correvano meno rischi, mostrando un più basso tasso di vittimizzazione. I ricercatori spiegavano questo risultato all'apparenza paradossale ritenendo che la paura fosse alimentata da informazioni sbagliate, diffuse dai mass media, circa i rischi concreti di subire un reato
Altre ricerche condotte in alcuni paesi occidentali hanno posto in evidenza come la paura della criminalità nasca, si diffonda e cresca anche a causa del ripetersi - nella zona in cui si vive - di azioni ed eventi, apparentemente di poco rilievo, talvolta semplicemente al limite del reato, che vengono denominati atti d'inciviltà e nel loro insieme vengono percepiti dai cittadini come segni che l'ordine morale della comunità è crollato.
Nel 1978 Albert Hunter affermava che "la paura in ambiente urbano è soprattutto paura del disordine sociale, che può essere considerato una minaccia per l'individuo". Sottolineava, inoltre, che la disorganizzazione sociale era all'origine sia delle lievi violazioni delle norme (le inciviltà) che di quelle più gravi (i reati) e rilevava che nelle aree in cui sono più frequenti le prime vengono commessi più spesso anche i secondi.
Si è notato, tuttavia, che il senso di insicurezza dei cittadini dipende più dalle inciviltà che dai reati, a causa della loro maggiore frequenza.

Altri autori hanno sottolineato come si tenda troppo spesso a trascurare "la paura di essere importunati da persone che violano l'ordine sociale" (disorderly people). Tali soggetti non sono necessariamente criminali né violenti, ma vivono senza regole o appaiono imprevedibili ed equivoci - tossicodipendenti, prostitute, ubriachi etc. - ed in quanto tali inquietano e impauriscono i cittadini, suscitando anche sentimenti di indignazione ed un forte senso di ingiustizia e di impotenza.

Tutti gli studi, dunque, dimostrano che una grossa fonte di insicurezza è data da quello che molti ricercatori chiamano "il disordine", ossia quell'insieme di segni di inciviltà che sono presenti nella zona in cui una persona vive, che possono essere sociali o fisici. I primi sono connessi ad eventi o specifiche attività quali ad esempio i comportamenti di diverse categorie di persone: spacciatori e clienti, prostitute, mendicanti, etc.
I secondi invece mostrano aspetti duraturi dell'ambiente in cui si vive: edifici abbandonati o trascurati, scritte sui muri, cabine del telefono danneggiate, lampioni rotti, strade sporche etc.
Le inciviltà, infine, possono essere attive o deliberate - vandalismo, graffiti etc. - oppure passive e involontarie come gli edifici trascurati o la spazzatura non raccolta.
Queste situazioni e comportamenti così diversi fra loro, hanno tuttavia in comune l'aspetto di costituire una violazione delle norme condivise dalla popolazione riguardo la gestione e l'utilizzo degli spazi pubblici.
Alcuni ricercatori8 hanno sottolineato come i segni di inciviltà sociali e fisici mostrano quanto i comportamenti antisociali sono più facilmente tollerati dalle forze dell'ordine e dalle altre agenzie formali di controllo della comunità, accrescendo al contempo la preoccupazione dei residenti per la propria sicurezza personale, nonché il livello di paura ed il senso di isolamento, e indebolendo, di conseguenza, la fiducia nelle capacità delle strutture informali ed istituzionali di prevenire la criminalità.
Le norme violate dalle varie "inciviltà"< sebbene siano ampiamente condivise dai cittadini, tuttavia spesso non sono codificate, sicché soltanto alcune finiscono per costituire dei reati.
La forte correlazione esistente fra inciviltà e senso di insicurezza è stata dimostrata - oltre che con ricerche - anche con esperimenti.
Il più importante è il Foot Patrol Experiment condotto a Newark (New Jersey) a metà degli anni '70 con pattuglie a piedi della polizia, anziché in auto.
Gli effetti positivi sul senso di sicurezza dei cittadini prodotti essenzialmente dal fatto che le pattuglie affrontarono in modo diverso e più efficace il problema del disordine sociale. Infatti, i poliziotti, immersi nella vita e nei problemi della gente comune dei vari quartieri, meglio conosciuti e stimati dai cittadini, negoziarono con i residenti, attraverso una positiva opera di mediazione sociale, le regole di condotta riguardanti l'uso degli spazi pubblici, stabilendo delle soglie di disordine e riducendo il numero delle inciviltà.
Secondo alcuni ricercatori i disordine è contagioso e si autopropaga favorendo, col passare del tempo, l'aumento della criminalità, del numero di furti e rapine. Il fenomeno si spiega attraverso il fatto che il senso di insicurezza provocato dai segni di inciviltà può ridurre - col tempo - l'interazione e la cooperazione fra i residenti, scoraggiandoli dal proteggere se stessi e la propria comunità.

Questa è, in sostanza, la tesi di fondo della broken window theory secondo la quale se in un edificio vi sono dei vetri infranti e nessuno li sostituisce, dopo poco tutte le finestre subiranno la stessa sorte. Ciò accade non perché il quartiere sia invaso da vandali o da delinquenti, ma perché quelle finestre rotte indicano che nessuno dei residenti nel quartiere è disposto a difendere i beni degli altri contro gli atti di vandalismo.

Si è potuto notare come l'aumento del senso di insicurezza e la corrispondente diminuzione del senso di solidarietà e di coesione fra i cittadini fanno decrescere anche il controllo sociale informale, secondo un processo a spirale che finisce per ribaltare il tradizionale rapporto secondo cui più criminalità ----> più insicurezza e divenire piuttosto più insicurezza ----> più criminalità. Altri esperimenti hanno confermato quanto di è detto a proposito dei broken windows. E' famoso quello dello psicologo americano Philip Zimbardo che alla fine degli anni '60 vagliò empiricamente la validità di questa teoria sulle strade americane dove lasciò abbandonate, la prima volta nel Bronx a New York e la seconda a Palo Alto in California, due auto senza targa e con il cofano alzato. Verificò in tal modo che le reazioni dei passanti e dei residenti, nei due quartieri, si rivelarono in parte diverse. Nel Bronx, dopo soli dieci minuti dall'abbandono, l'auto, è stata presa d'assalto dai componenti di una famiglia tanto che in ventiquattro ore tutti i pezzi di qualche valore erano stati asportati da varie persone, in genere bianche, ben vestite e dall'aria rispettabile. A Palo Alto, invece, per ben una settimana nessuno si è avvicinato alla macchina. L'ottavo giorno lo stesso Zimbardo si è avvicinato all'auto con una mazza in mano ed ha iniziato a colpirla e tanto è bastato perché dopo poco i passanti si unissero a lui ed iniziassero a distruggere l'auto.
Quest'ultimo esperimento conferma appieno la teoria che sostiene la contagiosità e l'autopropagazione del vandalismo ed in genere degli atti di inciviltà.
Questi contributi si distinguono per considerare la paura della criminalità un effetto della percezione dei cambiamenti strutturali della comunità e non un processo esclusivamente individuale di valutazione di un rischio esterno.

In sintesi si può affermare che sono tre le ipotesi sottoposte a verifica dalle varie ricerche: secondo la prima la paura della criminalità dipende dal numero dei reati predatori, per la seconda è dovuta anche al disordine sociale o fisico presente nella comunità e per la terza il disordine genera paura sia direttamente, sia indirettamente, favorendo l'aumento della criminalità predatoria.

Il fenomeno della paura del crimine è dunque inserito in un contesto sociale che contribuisce, attraverso proprie caratteristiche a dinamiche, alla diffusione o alla diminuzione dell'insicurezza.
Questa lettura del fenomeno considera la paura della criminalità legata sia all'andamento dei tassi di criminalità reale (anch'essi conseguenti ad un aumento della disorganizzazione sociale ed intrecciati al senso di insicurezza) che al concetto di vulnerabilità personale, per cui il senso di insicurezza e di paura sono considerati atteggiamenti conseguenti la percezione da parte dell'individuo di reali "indizi di icivility" che vengono valutati razionalmente dalla singola persona.
Va sottolineato, infine, come il disordine e in generale l'insieme delle inciviltà abbia importanti conseguenze sociali.
Innanzitutto suscitando l'indignazione nei residenti, che appaiono ingiustamente penalizzati dai costi di quella situazione di degrado e conseguentemente incrementando la paura della criminalità, perché pur essendo soltanto dei soft crimes le inciviltà ripetute in un quartiere danno -a chi vi abita - la sensazione che nessuno sappia far rispettare le norme più importanti riguardanti la convivenza e che dunque tutto possa succedere.
Un'altra serie di contributi interessanti vengono dagli studi di Psicologia Ambientale che tra la fine degli anni '50 ed i primi anni '70 si definisce scientificamente negli Stati Uniti con la produzione di ricerche che si distinguono per l'attenzione non solo all'ambiente sociale o psicologico, ma anche fisico.

In proposito è interessante accennare al concetto di territorialità definibile come un'area geografica in qualche modo personalizzata o contrassegnata e difesa dall'invadenza altrui attraverso segni di demarcazione (markers) sia fisici che sociali. Alcuni autori applicano il concetto di "regolazione della privacy" alla difesa del territorio, introducendo la distinzione fra spazio primario e spazio pubblico o secondario

Il primo è mediato da marcatori fisici che portano segni non-verbali di proprietà, monitoraggio e protezione che introducono una netta separazione fra quest'area e quella dominata da estranei (piante, giardini, cartelli, siepi etc) Questo concetto risulta di grande importanza nello studio della paura della criminalità evidenziando una forte relazione fra possesso di un territorio e suo controllo sociale, sicché risulta evidente come aree poco "territorializzate" risultano meno controllate e possono favorire lo sviluppo della devianza sociale e dell'insicurezza. Questa teoria delinea una sorta di mappa che vede al centro la propria abitazione come luogo più importante e man mano ci si allontana diminuisce il senso di proprietà e l'importanza degli eventi che vi accadono. Ciò comporta la creazione di aree interstiziali che appaiono pericolose sia realmente (più alti tassi di vittimizzazione) che nella percezione sociale (maggior insicurezza).
Pertanto lo sviluppo di una buona "territorialità" comporta una maggiore interazione sociale ed un più alto senso di comunità con conseguente diminuzione della paura della criminalità e minori violazioni di proprietà.
Il concetto di "setting comportamentale" definisce invece uno specifico luogo-situazione le cui caratteristiche fisiche o sociali stimolano particolari schemi di comportamento.
Pertanto, studiare questi luoghi e le loro caratteristiche può rivelarsi più utile per predire i comportamenti delle persone che lo studio delle loro caratteristiche personali, in quanto le strade e gli isolati costituiscono spazi definiti che possono essere visti come luoghi che sviluppano comportamenti e programmi di relazioni stabili.
Un altro interessante modello è quello delineato da Newman in un suo famoso libro del 1972 in cui l'autore analizzando i grandi edifici residenziali popolari critica le conseguenze che queste scelte urbanistiche hanno sulla vita delle persone, sottolineando l'influenza che questo assetto architettonico produce sullo sviluppo dei tassi di criminalità reale.

In contrapposizione a queste costruzioni delinea il concetto di "spazio difendibile" (defensible space) capace di contenere la criminalità, attraverso lo sviluppo della territorialità e di un alto controllo sociale, avvicinando gli spazi pubblici ad una dimensione più privata.

Ciò è ottenibile attraverso la creazione di spazi gestibili (costruzioni più piccole per favorire la socialità ed il controllo), introducendo barriere reali (muri, cancelli) e simboliche (muretti, siepi, cartelli) per definire chiaramente gli spazi sia per i residenti che per eventuali aggressori esterni, nonché aumentando le opportunità di sorveglianza comune degli spazi facilitando il controllo ed eliminando spazi "attrattivi" per i criminali.

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[6] Barbagli M., (1998), cit.
[
7] Bandini et al., (1990), cit.
[
8] Wilson J.Q., Kelling G.L., (1982), “Broken Windows”, Atlantic Monthly, 249, 29

 

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