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La paura della
criminalità ed il timore di esserne colpiti fanno parte di un
fenomeno che sta caratterizzando sempre più profondamente la società
contemporanea e comporta gravissime conseguenze sociali e
psicologiche. Molti ricercatori sottolineano come l'insicurezza
possa divenire un fattore critico nei processi che determinano ansia
e stress, determinare una limitazione dei comportamenti e dei
movimenti delle persone nonché modificare sostanzialmente le
relazioni sociali degli individui. Inoltre, l'affiorare del
problema dell'insicurezza si correla in profondità alle scelte
politiche delle amministrazioni locali ed influenza le relazioni fra
i diversi gruppi sociali nonché l'assetto urbanistico delle
città. I dati di una recente indagine di
vittimizzazione6, relativa ai comportamenti illeciti che
nel linguaggio comune vengono definiti "microcriminalità" ma la cui
gravità è spesso tutt'altro che minima, evidenziano in modo
incontrovertibile che anche in Italia il senso di insicurezza per la
criminalità non solo esiste fra la popolazione, ma è diventato un
fenomeno sociale che non si può continuare ad ignorare.
| Alcuni
studiosi preferiscono impiegare il termine criminalità
predatoria per indicare quegli atti illeciti nei quali ci
si appropria di beni mobili altrui o si danneggiano persone o
beni mobili di altri. |
La questione del senso di
insicurezza, ignorata nel nostro paese fino a pochi anni fa, è stata
oggetto negli ultimi trent'anni di numerosi studi e ricerche
soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Le ricerca
internazionali ha rilevato che il senso di insicurezza personale,
seppure con un andamento parallelo all'aumento della
microcriminalità, sembra essere socialmente sempre più diffuso ed
assumere un rilievo particolare che lo rende una realtà, sia dal
punto di vista sociale che scientifico, del tutto
autonoma.
| I
ricercatori hanno evidenziato due dimensioni principali del
senso di insicurezza: la fear of crime, cioè la paura
personale della criminalità, ed il concern about crime
ovvero la preoccupazione sociale per la criminalità o
preoccupazione per l'ordine.
Roché S., (1998),
Sociologie Politique de l'insecurité, Puf,
Paris. |
La prima è una risposta fisica
ed emotiva ad una minaccia che può essere effettiva oppure
potenziale, derivando, in questo caso, dalla rappresentazione
anticipata di una situazione di rischio, legata alla percezione sia
delle probabilità che tale situazione si verifichi che della gravità
delle conseguenze possibili. La paura sociale per la criminalità,
invece, è un senso di inquietudine che si prova per la sua
diffusione nei luoghi in cui si vive. E' interessante notare come
la paura per la criminalità non si distribuisce in modo uniforme
nella popolazione, ma varia a seconda del genere,
dell'età, del tipo di comune di residenza o della
zona geografica in cui si vive. I dati delle ricerche
mostrano che la variabile più importante è la prima, dato che la
paura risulta essere molto più diffusa fra la popolazione femminile
che fra quella maschile. La relazione fra età e paura personale,
invece, appare curvilinea cosicché ad aver maggior paura sono le
persone più anziane, seguite dai giovanissimi, mentre gli adulti di
mezz'età risultano i soggetti che si sentono più sicuri. Altre
considerazioni interessanti si possono trarre altresì dall'esame
delle ricerche riguardanti i gruppi a rischio, ossia
quell'insieme di individui che, per le loro caratteristiche, hanno
maggior probabilità di subire un reato. Questi studi consentono di
indagare in una prospettiva completamente nuova e maggiormente
attenta al reato, al tipo di situazione in cui viene commesso,
nonché di evidenziare eventuali occasioni che lo favoriscono
unitamente alla struttura delle opportunità connesse a quell'azione
delittuosa. E' interessante notare come queste indagini
smentiscano altrettanti luoghi comuni cui spesso si sente far
riferimento da parte dei media, circa le caratteristiche dei gruppi
a rischio di vittimizzazione. Il primo dato concerne l'età ed il
sesso delle potenziali vittime e smentisce lo stereotipo che vuole
le donne e gli anziani vittime privilegiate di borseggiatori e
aggressori. In realtà la ricerca empirica mostra che il rischio è
distribuito in modo diseguale fra i vari strati della popolazione:
in particolare le donne corrono rischi maggiori di subire scippi o
borseggi, mentre gli uomini di essere vittime di rapine o
aggressioni personali. Il rischio di vittimizzazione varia anche in
funzione dell'età, ma in modo diverso a seconda del tipo di reato,
diminuendo all'aumentare dell'età per quanto riguarda rapine e
aggressioni personali. Inoltre, considerando tutti insieme i
reati predatori, si può notare che il rischio di rimanerne vittima
diminuisce con l'aumentare dell'età. Un altro dato molto
interessante è quello relativo ai rapporti fra tasso di
vittimizzazione ed aree metropolitane. La ricerca ha sempre
dimostrato - da cinquant'anni a questa parte - una stretta
correlazione fra tasso di criminalità ed
urbanizzazione7.
| I
risultati della ricerca internazionale cui risultati mostrano
dunque che la paura della criminalità è molto più diffusa
della vittimizzazione (criminalità reale) ed i gruppi
demografici più insicuri sono, in realtà, i meno
vittimizzati. |
Tuttavia anche questa
proposizione merita un approfondimento alla luce dei cambiamenti
avvenuti nelle nostre città negli ultimi trent'anni, che hanno reso
obsoleti gli schemi interpretativi a tutt'oggi
utilizzati.
| Finora si
è calcolato il tasso di urbanizzazione di un comune in
rapporto al numero dei suoi abitanti. Tuttavia - negli ultimi
anni - si è assistito ad una scissione territoriale fra la
popolazione diurna e notturna: in un primo momento è aumentato
il numero di pendolari e successivamente a costoro si è
aggiunta la quota dei consumatori metropolitani (city
users) che si riversano periodicamente in città non per
lavoro, ma per consumare servizi. Tutto ciò impone il riesame
della relazione fra urbanizzazione e criminalità predatoria;
non è più sufficiente, infatti, riferirsi al numero di
abitanti dei comuni o ai tassi di criminalità, mentre è
divenuto necessario distinguere fra il luogo in cui risiedono
le vittime e quello in cui vengono commessi i
reati. |
La ricerca internazionale ha
messo in evidenza che le dimensioni del comune di residenza
influiscono sulla paura della criminalità, ma solo relativamente a
quella di strada. E' interessante esaminare anche la relazione
esistente fra esperienze di vittimizzazione e paura
personale. Le molte ricerche condotte in proposito negli stati
Uniti, in Gran Bretagna e in altri paesi occidentali sono giunte a
risultati contrastanti. Alcuni autori nel valutare i risultati
delle ricerche, che non mostravano relazioni fra le variabili, hanno
ritenuto che l'esperienza personale di vittimizzazione possa giocare
solo un ruolo limitato nello spiegare l'incidenza generale della
paura della criminalità, oppure che l'aver subito un reato abbia
reso gli individui più cauti e meno esposti ai rischi, riducendo al
contempo la loro paura. Va ricordato che la particolare
distribuzione di dati e le apparenti incongruenze rispetto a quanto
ci si potrebbe aspettare, spiegano il motivo per cui gli studiosi
hanno da sempre cercato le ragioni sottese alla diversa
distribuzione del rischio di vittimizzazione.
Fra le
varie teorie è particolarmente interessante quella denominata
life style model che focalizza l'attenzione sullo stile di
vita dei soggetti cui sarebbero da ricondurre le variazioni
fra i vari strati della popolazione in ordine al rischio di
subire un reato violento. I risultati hanno messo in
rilievo che più lo stile di vita ( ovvero l'insieme di
attività connesse al lavoro, alla scuola, alla gestione
domestica o al tempo libero) mette a contatto l'individuo con
potenziali autori di reato maggiore sarà il rischio di
vittimizzazione. |
Pertanto quanto e quando si esce
di casa, i luoghi che si frequentano, i percorsi e i mezzi di
trasporto usati, danno ragione delle variazioni del
rischio.
| Secondo
la routine activity approach l'attività criminale è
correlata a fattori ecologici e, perché si realizzi, vuole la
necessaria copresenza di tre elementi: un soggetto disponibile
e capace a commettere un reato, un obbiettivo (oggetto o
persona) facilmente raggiungibile ed aggredibile e la mancanza
di efficaci mezzi atti a contrastare l'azione
delittuosa. |
Questa teoria analizza le
attività rutinarie compiute dalle persone e si propone di spiegare
non solo le variazioni dei rischi nello spazio, ma anche nel
tempo. Poiché è sufficiente l'assenza di uno solo di questi
elementi perché il reato non si compia si sono analizzate le
attività rutinarie dei soggetti maggiormente vittimizzati per
evidenziare le abitudini che possono esporli a potenziali criminali
(prossimità), la loro posizione strutturale - lavoro, reddito, luogo
di residenza - che li rende bersagli privilegiati (remuneratività) e
poco difesi (accessibilità). Questi ultimi tratti dipendono a loro
volta dalle caratteristiche socio-demografiche delle persone quali
l'età, il sesso, la classe sociale. Alcuni autori sono
dell'opinione che la paura per la criminalità sia un sentimento
irrazionale secondo due significati diversi: che la paura è
sproporzionata ed eccessiva rispetto al rischio effettivo di subire
un crimine (irrazionalità rispetto alle cause) oppure che tende ad
ostacolare ed influire negativamente sul comportamento delle persone
(irrazionalità rispetto agli effetti). Per quanto riguarda
l'irrazionalità riferita alle cause varie ricerche condotte in Gran
Bretagna e negli Stati Uniti nel corso degli anni '80 hanno
sottolineato l'irrazionalità della paura, ponendo in rilievo come i
gruppi fra i quali era maggiormente diffusa - donne ed anziani -
fossero anche quelli che correvano meno rischi, mostrando un più
basso tasso di vittimizzazione. I ricercatori spiegavano questo
risultato all'apparenza paradossale ritenendo che la paura fosse
alimentata da informazioni sbagliate, diffuse dai mass media, circa
i rischi concreti di subire un reato Altre ricerche condotte in
alcuni paesi occidentali hanno posto in evidenza come la paura della
criminalità nasca, si diffonda e cresca anche a causa del ripetersi
- nella zona in cui si vive - di azioni ed eventi, apparentemente di
poco rilievo, talvolta semplicemente al limite del reato, che
vengono denominati atti d'inciviltà e nel loro insieme vengono
percepiti dai cittadini come segni che l'ordine morale della
comunità è crollato. Nel 1978 Albert Hunter affermava che "la
paura in ambiente urbano è soprattutto paura del disordine
sociale, che può essere considerato una minaccia per
l'individuo". Sottolineava, inoltre, che la disorganizzazione
sociale era all'origine sia delle lievi violazioni delle norme (le
inciviltà) che di quelle più gravi (i reati) e rilevava che nelle
aree in cui sono più frequenti le prime vengono commessi più spesso
anche i secondi. Si è notato, tuttavia, che il senso di
insicurezza dei cittadini dipende più dalle inciviltà che dai reati,
a causa della loro maggiore frequenza.
| Altri
autori hanno sottolineato come si tenda troppo spesso a
trascurare "la paura di essere importunati da persone che
violano l'ordine sociale" (disorderly people). Tali
soggetti non sono necessariamente criminali né violenti, ma
vivono senza regole o appaiono imprevedibili ed equivoci -
tossicodipendenti, prostitute, ubriachi etc. - ed in quanto
tali inquietano e impauriscono i cittadini, suscitando anche
sentimenti di indignazione ed un forte senso di ingiustizia e
di impotenza. |
Tutti gli studi, dunque,
dimostrano che una grossa fonte di insicurezza è data da quello che
molti ricercatori chiamano "il disordine", ossia
quell'insieme di segni di inciviltà che sono presenti nella zona in
cui una persona vive, che possono essere sociali o fisici. I primi
sono connessi ad eventi o specifiche attività quali ad esempio i
comportamenti di diverse categorie di persone: spacciatori e
clienti, prostitute, mendicanti, etc. I secondi invece mostrano
aspetti duraturi dell'ambiente in cui si vive: edifici abbandonati o
trascurati, scritte sui muri, cabine del telefono danneggiate,
lampioni rotti, strade sporche etc. Le inciviltà, infine, possono
essere attive o deliberate - vandalismo, graffiti etc. - oppure
passive e involontarie come gli edifici trascurati o la spazzatura
non raccolta. Queste situazioni e comportamenti così diversi fra
loro, hanno tuttavia in comune l'aspetto di costituire una
violazione delle norme condivise dalla popolazione riguardo la
gestione e l'utilizzo degli spazi pubblici. Alcuni
ricercatori8 hanno sottolineato come i segni di inciviltà
sociali e fisici mostrano quanto i comportamenti antisociali sono
più facilmente tollerati dalle forze dell'ordine e dalle altre
agenzie formali di controllo della comunità, accrescendo al contempo
la preoccupazione dei residenti per la propria sicurezza personale,
nonché il livello di paura ed il senso di isolamento, e indebolendo,
di conseguenza, la fiducia nelle capacità delle strutture informali
ed istituzionali di prevenire la criminalità. Le norme violate
dalle varie "inciviltà"< sebbene siano ampiamente condivise dai
cittadini, tuttavia spesso non sono codificate, sicché soltanto
alcune finiscono per costituire dei reati. La forte correlazione
esistente fra inciviltà e senso di insicurezza è stata dimostrata -
oltre che con ricerche - anche con esperimenti. Il più importante
è il Foot Patrol Experiment condotto a Newark (New
Jersey) a metà degli anni '70 con pattuglie a piedi della
polizia, anziché in auto. Gli effetti positivi sul senso di
sicurezza dei cittadini prodotti essenzialmente dal fatto che le
pattuglie affrontarono in modo diverso e più efficace il problema
del disordine sociale. Infatti, i poliziotti, immersi nella vita e
nei problemi della gente comune dei vari quartieri, meglio
conosciuti e stimati dai cittadini, negoziarono con i residenti,
attraverso una positiva opera di mediazione sociale, le regole di
condotta riguardanti l'uso degli spazi pubblici, stabilendo delle
soglie di disordine e riducendo il numero delle
inciviltà. Secondo alcuni ricercatori i disordine è contagioso e
si autopropaga favorendo, col passare del tempo, l'aumento della
criminalità, del numero di furti e rapine. Il fenomeno si spiega
attraverso il fatto che il senso di insicurezza provocato dai segni
di inciviltà può ridurre - col tempo - l'interazione e la
cooperazione fra i residenti, scoraggiandoli dal proteggere se
stessi e la propria comunità.
| Questa è,
in sostanza, la tesi di fondo della broken window
theory secondo la quale se in un edificio vi sono dei
vetri infranti e nessuno li sostituisce, dopo poco tutte le
finestre subiranno la stessa sorte. Ciò accade non perché il
quartiere sia invaso da vandali o da delinquenti, ma perché
quelle finestre rotte indicano che nessuno dei residenti nel
quartiere è disposto a difendere i beni degli altri contro gli
atti di vandalismo. |
Si è potuto notare come
l'aumento del senso di insicurezza e la corrispondente diminuzione
del senso di solidarietà e di coesione fra i cittadini fanno
decrescere anche il controllo sociale informale, secondo un processo
a spirale che finisce per ribaltare il tradizionale rapporto secondo
cui più criminalità ----> più insicurezza e divenire
piuttosto più insicurezza ----> più criminalità. Altri
esperimenti hanno confermato quanto di è detto a proposito dei
broken windows. E' famoso quello dello psicologo americano
Philip Zimbardo che alla fine degli anni '60 vagliò empiricamente la
validità di questa teoria sulle strade americane dove lasciò
abbandonate, la prima volta nel Bronx a New York e la seconda a Palo
Alto in California, due auto senza targa e con il cofano alzato.
Verificò in tal modo che le reazioni dei passanti e dei residenti,
nei due quartieri, si rivelarono in parte diverse. Nel Bronx, dopo
soli dieci minuti dall'abbandono, l'auto, è stata presa d'assalto
dai componenti di una famiglia tanto che in ventiquattro ore tutti i
pezzi di qualche valore erano stati asportati da varie persone, in
genere bianche, ben vestite e dall'aria rispettabile. A Palo Alto,
invece, per ben una settimana nessuno si è avvicinato alla macchina.
L'ottavo giorno lo stesso Zimbardo si è avvicinato all'auto con una
mazza in mano ed ha iniziato a colpirla e tanto è bastato perché
dopo poco i passanti si unissero a lui ed iniziassero a distruggere
l'auto. Quest'ultimo esperimento conferma appieno la teoria che
sostiene la contagiosità e l'autopropagazione del vandalismo ed in
genere degli atti di inciviltà. Questi contributi si distinguono
per considerare la paura della criminalità un effetto della
percezione dei cambiamenti strutturali della comunità e non un
processo esclusivamente individuale di valutazione di un rischio
esterno.
| In
sintesi si può affermare che sono tre le ipotesi sottoposte a
verifica dalle varie ricerche: secondo la prima la paura della
criminalità dipende dal numero dei reati predatori, per la
seconda è dovuta anche al disordine sociale o fisico presente
nella comunità e per la terza il disordine genera paura sia
direttamente, sia indirettamente, favorendo l'aumento della
criminalità predatoria. |
Il fenomeno della paura del
crimine è dunque inserito in un contesto sociale che contribuisce,
attraverso proprie caratteristiche a dinamiche, alla diffusione o
alla diminuzione dell'insicurezza. Questa lettura del fenomeno
considera la paura della criminalità legata sia all'andamento dei
tassi di criminalità reale (anch'essi conseguenti ad un aumento
della disorganizzazione sociale ed intrecciati al senso di
insicurezza) che al concetto di vulnerabilità personale, per cui il
senso di insicurezza e di paura sono considerati atteggiamenti
conseguenti la percezione da parte dell'individuo di reali "indizi
di icivility" che vengono valutati razionalmente dalla
singola persona. Va sottolineato, infine, come il disordine e in
generale l'insieme delle inciviltà abbia importanti conseguenze
sociali. Innanzitutto suscitando l'indignazione nei residenti,
che appaiono ingiustamente penalizzati dai costi di quella
situazione di degrado e conseguentemente incrementando la paura
della criminalità, perché pur essendo soltanto dei soft
crimes le inciviltà ripetute in un quartiere danno -a chi vi
abita - la sensazione che nessuno sappia far rispettare le norme più
importanti riguardanti la convivenza e che dunque tutto possa
succedere. Un'altra serie di contributi interessanti vengono
dagli studi di Psicologia Ambientale che tra la fine degli anni '50
ed i primi anni '70 si definisce scientificamente negli Stati Uniti
con la produzione di ricerche che si distinguono per l'attenzione
non solo all'ambiente sociale o psicologico, ma anche
fisico.
| In
proposito è interessante accennare al concetto di
territorialità definibile come un'area geografica in qualche
modo personalizzata o contrassegnata e difesa
dall'invadenza altrui attraverso segni di demarcazione
(markers) sia fisici che sociali. Alcuni autori
applicano il concetto di "regolazione della privacy" alla
difesa del territorio, introducendo la distinzione fra
spazio primario e spazio pubblico o
secondario |
Il primo è mediato da marcatori
fisici che portano segni non-verbali di proprietà, monitoraggio e
protezione che introducono una netta separazione fra quest'area e
quella dominata da estranei (piante, giardini, cartelli, siepi etc)
Questo concetto risulta di grande importanza nello studio della
paura della criminalità evidenziando una forte relazione fra
possesso di un territorio e suo controllo sociale, sicché risulta
evidente come aree poco "territorializzate" risultano meno
controllate e possono favorire lo sviluppo della devianza sociale e
dell'insicurezza. Questa teoria delinea una sorta di mappa che vede
al centro la propria abitazione come luogo più importante e man mano
ci si allontana diminuisce il senso di proprietà e l'importanza
degli eventi che vi accadono. Ciò comporta la creazione di aree
interstiziali che appaiono pericolose sia realmente (più alti tassi
di vittimizzazione) che nella percezione sociale (maggior
insicurezza). Pertanto lo sviluppo di una buona "territorialità"
comporta una maggiore interazione sociale ed un più alto senso di
comunità con conseguente diminuzione della paura della criminalità e
minori violazioni di proprietà. Il concetto di "setting
comportamentale" definisce invece uno specifico luogo-situazione
le cui caratteristiche fisiche o sociali stimolano particolari
schemi di comportamento. Pertanto, studiare questi luoghi e le
loro caratteristiche può rivelarsi più utile per predire i
comportamenti delle persone che lo studio delle loro caratteristiche
personali, in quanto le strade e gli isolati costituiscono spazi
definiti che possono essere visti come luoghi che sviluppano
comportamenti e programmi di relazioni stabili. Un altro
interessante modello è quello delineato da Newman in un suo famoso
libro del 1972 in cui l'autore analizzando i grandi edifici
residenziali popolari critica le conseguenze che queste scelte
urbanistiche hanno sulla vita delle persone, sottolineando
l'influenza che questo assetto architettonico produce sullo sviluppo
dei tassi di criminalità reale.
| In contrapposizione a queste
costruzioni delinea il concetto di "spazio difendibile"
(defensible space) capace di contenere la criminalità,
attraverso lo sviluppo della territorialità e di un alto
controllo sociale, avvicinando gli spazi pubblici ad una
dimensione più privata. |
Ciò è ottenibile attraverso la
creazione di spazi gestibili (costruzioni più piccole per favorire
la socialità ed il controllo), introducendo barriere reali (muri,
cancelli) e simboliche (muretti, siepi, cartelli) per definire
chiaramente gli spazi sia per i residenti che per eventuali
aggressori esterni, nonché aumentando le opportunità di sorveglianza
comune degli spazi facilitando il controllo ed eliminando spazi
"attrattivi" per i criminali.
______________________________
Barbagli
M., (1998), cit.
Bandini et al., (1990), cit.
Wilson
J.Q., Kelling G.L., (1982), “Broken Windows”, Atlantic Monthly, 249,
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