>> 2.2 L'analisi descrittiva del questionario
Si è stabilito di somministrare il questionario ad un campione casuale di 1000 cittadini mantovani ultra diciottenni suddivisi in tre fasce di età: 18-30 anni, 31-59 anni ed ultra sessantenni.
La distribuzione dei questionari è avvenuta in ragione della popolazione residente in ognuna delle 5 circoscrizioni territoriali e, all'interno di ognuna di esse, in proporzione al numero di residenti per fascia di età e nel rispetto del rapporto di genere maschi/femmine.
Nelle tabelle che seguono verrà indicata la o le frequenza modali e non l'intera distribuzione di frequenze. Perciò rimandiamo per esigenze di semplificazione all'Appendice B del presente lavoro in cui sono riportate analiticamente le singole voci delle variabili prese in considerazione9.
Una prima analisi del campione dei rispondenti fornisce i dati meglio schematizzati nella tabella che segue:

La prima tabella evidenzia alcuni dati già sottolineati nell'introduzione socio-demografica alla città: il campione è composto in maggior parte da persone anziane (il 46% dei rispondenti ha più di 60 anni) coniugate (il 10% è vedovo) ed ha un elevato livello di scolarizzazione (il 52% ha un diploma di scuola superiore mentre il 28% possiede la sola licenza elementare).
Si evidenzia, inoltre una buona percentuale di pensionati (42%) legata evidentemente alle caratteristiche anagrafiche del campione e riguardo alla professione risulta una maggioranza di impiegati (18%).
Non deve sorprendere che il campione dei rispondenti sia così caratterizzato ed in parte diverso dalle caratteristiche della popolazione mantovana. Non abbiamo ritenuto di "aggiustare" il campione in tal senso, in quanto la caratterizzazione della popolazione rispondente al questionario costituisce già di per sé un indicatore sulla reale volontà di dialogare sul problema della criminalità. Come, infatti, vediamo dalla tabella 1 il campione rispondente, e quindi - per quanto di è detto - interessato al problema indica il seguente profilo.
Trattasi di individuo adulto (indifferentemente maschio o femmina, con una leggera prevalenza di quest'ultima), coniugato, con un alto livello di scolarità, casalinga, pensionato o impiegato, residente nel centro della città.
Di converso il problema criminalità non sembra appartenere a giovani - in prevalenza maschi - non coniugati, con un basso grado di istruzione, operai, disoccupati o lavoratori in proprio.
Si ritiene utile, in proposito, avvalersi dell'interpretazione prospettata dai teorici del controllo sociale per i quali, in sostanza, il problema e la predisposizione alla criminalità riguarda soggetti sottoposti a controlli sociali deboli. Tanto più forti sono i legami sociali instaurati dal soggetto (inserimento nel mondo scolastico, lavoro soddisfacente, relazioni affettive stabili, figli, buone relazioni sociali) quanto più debole è la disponibilità a trasgredire le norme e a farsi carico del problema della criminalità.

Teorie del controllo sociale: per i teorici del controllo, i controlli sociali possono essere esterni come le varie forme di sorveglianza e di repressione dei comportamenti; ed interni, cioè individuali, come il senso di vergogna e di colpa di chi commette un reato, dovuti cioè all'attaccamento emotivo provato per le persone care. Perché quindi non commettiamo reati? Perché i costi sociali cui andremmo incontro (perdita della reputazione, senso di vergogna verso parenti e amici) sarebbero superiori ai benefici: una persona commette un reato quando il legame che lo lega alla società si spezza o si è fortemente indebolito. L'energia che si è impiegata per raggiungere certi traguardi sociali o affettivi tanto più rende difficile la sopportazione del rischio di quanto accumulato. Il costo sociale del reato non vale i benefici che si potrebbero ottenere.

Ciappi S., Becucci S.(2000), Sociologia e Criminalità, Franco Angeli,Milano

La tabella n.2 illustra i fattori legati alla città ed evidenzia come per la maggioranza del campione rispondente la città sia percepita come abbastanza sicura.

Dal 67% del campione vengono individuate alcune zone insicure all'interno della città (in Appendice si legge con chiarezza la distribuzione delle risposte riguardo le zone più rischiose della città.)
E' interessante soffermarsi sul dato relativo alla stazione delle corriere, ritenuta a rischio dal 12% dei rispondenti. Ciò può trovare ragione nel fatto che alla fine di luglio del 2000 proprio in quel luogo si è consumò l'omicidio di un cittadino mantovano, ucciso a calci e pugni da un albanese in stato di alterazione da alcool, a seguito di un diverbio. L'episodio delittuoso ha suscitato enorme sconcerto in città e nei giorni successivi si scatenò sulla stampa locale una campagna che ha incrementato di molto il timore e l'insicurezza della popolazione. In precedenza, nel febbraio del 1997, presso la medesima stazione una giovane studentessa era riuscita a sfuggire ad un tentativo di stupro ad opera di un cittadino rumeno. Per quanto riguarda i reati di sangue, invece, è necessario risalire al 1995 per individuare l'ultimo omicidio commesso nel territorio del comune di Mantova.
In proposito è interessante notare come il ricordo del fatto di sangue - unitamente all'amplificazione che la stampa ha dato all'avvenimento ed alla tendenza propria della psicologia umana a sovrastimare gli effetti degli eventi più rari e memorabili - continui ad influenzare la percezione dei cittadini mantovani riguardo alla sicurezza di quel luogo.
Circa la domanda relativa alla probabilità che nei quartieri si commettano reati va premesso che le risposte - meglio riportate in Appendice B - sono ponderate. In questo ambito spicca il dato di Lunetta, che da sola emerge sugli altri e rende un'immagine di quartiere pericoloso, cui non pare corrispondere la realtà dei fatti.
Anche in questo caso gli organi di informazione riflettono - amplificandola - la percezione di insicurezza del quartiere di Lunetta, con articoli ed interventi che sottolineando i numerosi controlli effettuati dalle Forze dell'Ordine, sono particolarmente illuminanti sull'apparente paradosso relativo ad un basso livello di criminalità della zona ed un elevato livello di insicurezza percepito dai cittadini.
In un articolo apparso sulla Gazzetta di Mantova del Febbraio 2001, il Prefetto sottolinea come il quartiere di Lunetta non presenti "una situazione di criminalità elevata, ma un problema di marginalità per la quale occorre proseguire sulla strada della risocializzazione e riqualificazione urbana" mentre la portavoce del comitato "Vivere la Città" ribadisce che nel quartiere "succede di tutto…non solo per gli episodi di piccola criminalità come danneggiamenti e furtarelli sulle auto, ma anche per il malcostume imperante come il gettare i rifiuti in strada o spaccare bottiglie dove la gente cammina".
Varie ricerche condotte in paesi occidentali hanno posto in evidenza come la paura della criminalità nasca, si diffonda e cresca anche a causa del ripetersi - nella zona in cui si vive - di azioni ed eventi, apparentemente di poco rilievo, che nel loro insieme vengono percepiti dai cittadini come segni che l'ordine morale della comunità è crollato10.

Una grossa fonte di insicurezza è data da ciò che molti ricercatori chiamano il disordine, ossia quell'insieme di segni di inciviltà che sono presenti nella zona in cui una persona vive, che possono essere sociali (connessi ad eventi od attività di particolari soggetti: gruppi che schiamazzano per strada, mendicanti, spacciatori, prostitute etc) o fisici (aspetti duraturi dell'ambiente in cui si vive: edifici abbandonati, scritte sui muri, strade sporche, spazzatura abbandonata etc). Le inciviltà, infine possono essere attive o deliberate (vandalismo e graffiti) oppure passive ed involontarie (edifici trascurati o spazzatura non raccolta).

Gli studi hanno inoltre dimostrato che il ripetersi di questi piccoli disordini, di queste violazioni di norme ampiamente condivise incide sul senso di insicurezza molto più della frequenza con cui avvengono scippi o furti in appartamento.
Per finire l'analisi del campione va nota che circa il 10% dei rispondenti ritiene tutti gli altri quartieri sicuri.
Anche i dati della tabella n.3 riferiti al quartiere di appartenenza dei soggetti intervistati mostrano lo stretto legame esistente fra la percezione di episodi di disordine sociale e senso di insicurezza.

Le modalità di percezione del problema della criminalità (ad esempio il fatto che ben il 73% del campione reputi il proprio quartiere "uguale o meno pericoloso" degli altri, che sono invece considerati più pericolosi dal 43% dei rispondenti) e la preoccupazione mostrata verso alcuni fatti che si verificano nel quartiere mettono in evidenza come il campione mostri di provare una sorta di paura astratta nei confronti della criminalità.
Nel nostro campione, dunque, sembra più largamente diffusa una paura sociale per la criminalità, ovvero un senso di inquietudine generale per la sua diffusione nei luoghi in cui si vive.

I ricercatori hanno evidenziato due dimensioni principali del senso di insicurezza: la fear of crime, cioè la paura personale della criminalità, ed il concern about crime ovvero la preoccupazione sociale per la criminalità o preoccupazione per l'ordine.

Analizzando le risposte relative ai fatti che più infastidiscono all'interno del quartiere è interessante notare - operando delle semplici riaggregazioni - che il dato emergente è quello relativo alla microcriminalità (indicato nel 45% delle risposte), seguito da quello riguardante gli aspetti urbanistici e ambientali (15% delle risposte) e dalle "presenze estranee" (extracomunitari, prostitute) 13% sul totale delle risposte.
Riguardo al problema della prostituzione per le strade della città è bene ricordare come per contrastare questo fenomeno - attesa l'inefficacia dei controlli effettuati dalle forze di polizia nelle ore notturne - il Comandante della Polizia Municipale, abbia scelto di intervenire con un provvedimento amministrativo che sinora si è rivelato utile.
Con un'ordinanza, adottata in forma sperimentale, nell'ottobre scorso si è limitata la circolazione e la sosta dei veicoli non autorizzati o di non residenti in particolari aree della città - in precedenza interessate dal fenomeno - durante le ore notturne.

La prevenzione situazionale si basa sull'idea che intervenire sul contesto - attraverso piccoli accorgimenti tesi ad aumentare le difficoltà o il rischio per il potenziale autore o ridurre consistentemente i vantaggi connessi all'azione - possa produrre l'effetto di ridurre i fenomeni criminosi o devianti.

In questo caso, dunque, si è affrontato il fenomeno deviante attraverso un intervento mirato di limitazione del traffico nelle ore notturne, che tende ad operare sugli hot spots della città, ossia in quelle aree in cui il fatto (ossia la presenza di prostitute) appare frequente e consolidato, rendendone difficile, controllato e scomodo l'accesso e la circolazione di veicoli non autorizzati.
La tabella 4 delinea la percezione del campione circa la presenza del vigile di quartiere, gli effetti della sua presenza ed i suoi compiti.
E' opportuno invece prestare attenzione al fatto che la maggior parte del campione rispondente dimostra di non percepire una maggiore presenza di vigili urbani nel quartiere in cui vive.

Alcuni studi criminologici si sono occupati proprio del problema della scarsa "visibilità" delle forze dell'ordine da parte dei cittadini e di come operare per rendere più percepibile e più efficace il controllo.

Il più importante esperimento è il Foot Patrol Experiment condotto a Newark (New Jersey) a metà degli anni settanta con pattuglie a piedi della polizia. Da tempo il pattugliamento del territorio si rivelava inefficace tanto da essere considerato uno spreco di risorse. Si decise allora di mandare a controllare la città pattuglie di poliziotti a piedi - anziché in auto - e si vide che questa misura, sebbene non incidesse in modo particolare sul numero di reati commessi, faceva significativamente ridurre la paura di cittadini.

Gli effetti positivi sul senso di sicurezza dei cittadini di un simile intervento derivano essenzialmente dal ribaltamento di prospettiva che porta le pattuglie ad affrontare in modo diverso e più efficace il problema del disordine sociale. Gli agenti, immersi nella vita e nei problemi della gente comune dei vari quartieri, si possono far meglio conoscere e stimare dai cittadini, possono esercitare una proficua opera di mediazione sociale con i residenti e creare un rapporto più diretto fra gli utenti e l'amministrazione.
Questo compito viene già svolto dalla Polizia Municipale di Mantova che - sia attraverso i Vigili di Quartiere che nel maggior controllo del territorio in sinergia con altre Forze di Polizia - ha operato una scelta precisa in ordine all'implementazione della propria presenza nelle Circoscrizioni.
Il problema della visibilità dipende certamente dal fatto che l'organizzazione dell'attività della Polizia Comunale deve tener conto delle risorse umane disponibili.
Tuttavia l'esperienza del Vigile di Quartiere - seppur con una storia di soli tre anni circa alle spalle - appare decisamente positiva alla luce dei risultati ottenuti più che sul versante repressivo (la cui competenza è prevalentemente di altre Forze dell'Ordine) su quello preventivo, sul quale si è concentrata da sempre l'attenzione.
Da gennaio a novembre 2001 l'attività del Vigile di Quartiere si è concretizzata in 184 interventi specifici dei quali 156 su segnalazione (84.8%) e 28 di iniziativa (15,2%), così distribuiti.

Per quanto riguarda - invece - i soggetti che hanno chiesto gli interventi possiamo vederne la distribuzione nella tabella seguente.

 

Richiedenti

%

Cittadini

25

16.0

Aut. Giudiziaria

44

28.2

Prefettura

8

 5.1

Uffici Comune MN

15

 9.7

Altri Enti o Uffici (pubblici e/o privati

64

41.0

Totale

156

100

Tutti gli interventi hanno comportato la realizzazione di attività (istruttorie, di indagine, di verifica e di controllo) all'esito delle quali si è adottato un provvedimento o un atto formale rivolto a coloro che hanno promosso la segnalazione.
Circa gli effetti sul cittadino della presenza del vigile di quartiere la metà del campione dei rispondenti sembra evidenziare essenzialmente la funzione positiva di incrementare il senso di sicurezza. E' interessante che il 36% ne evidenzi l'efficacia nel consentire un rapporto più diretto con l'amministrazione.
Riguardo gli effetti sulla criminalità la maggioranza del campione sottolinea la capacità di fungere da deterrente nei confronti dei delinquenti (37%) con la conseguente diminuzione dei piccoli reati (39%).
Riguardo ai compiti, - invece - la maggioranza sembra orientarsi nell'indicare una funzione di vigilanza e di controllo. Tuttavia se il compito di vigilare su scuole, parchi e giardini pubblici (28%) rientra certamente nell'attività della Polizia Municipale, non così si può dire riguardo all'attività di controllo delle persone sospette (22%) e di indagine sulla criminalità cittadina (12%) che paiono evidenziare il desiderio per una figura diversa, più simile al poliziotto di quartiere.
Pertanto, dall'esame di questo gruppo di risposte sembra affiorare - a parte il problema di "visibilità," cui si è accennato in precedenza - un' insufficiente chiarezza circa i compiti di questa nuova figura istituzionale.
Si può concludere sottolineando l'apprezzamento che emerge dai dati per l'attività e le funzioni svolta dai Vigili di Quartiere, nonché il riconoscimento dell'efficacia, soprattutto sul piano della rassicurazione della collettività.
La tabella che segue riassume le risposte riguardo alla sicurezza individuale ed ai comportamenti delle vittime.

Innanzitutto si può rilevare che la maggioranza del campione non ha subito episodi di vittimizzazione nel corso dell'anno scorso. Per quanto concerne un'analisi più approfondita delle caratteristiche delle vittime si rimanda al paragrafo successivo.
Circa i tipi di reato rilevati sono nella quasi totalità dei casi contro il patrimonio (sulle schede venivano evidenziati, sottolineando le voci di esemplificazione contenute nel questionario, furti di bicicletta, borseggi etc).
I luoghi di elezione per la commissione dei reati risultano essere principalmente le vie e le abitazioni, gli altri luoghi sono indicati in misura percentualmente molto minore. Per aver maggiori dettagli sulla distribuzione delle risposte si può consultare la tabella riassuntiva in Appendice II°.
E' opportuno segnalare, in proposito, che L'Osservatorio sulla Criminalità, dall'agosto 2001, raccoglie i dati trasmessi mensilmente dalle Forze dell'Ordine e relativi alle denunce/querele presentate presso ciascun ufficio di Pubblica Sicurezza. La raccolta si pone l'obbiettivo di rilevare le caratteristiche più salienti delle vittime al fine di realizzare, per quanto possibile, una corretta informazione preventiva tesa a ridurre il rischio di vittimizzazione..
I dati sono raccolti in una scheda, appositamente studiata, fornita alle Forze dell'ordine che - nel corso della rilevazione della denuncia/querela - provvedono a compilarla.
Le schede sono rigorosamente anonime e non consentono in alcun modo di risalire né alla vittima né all'autore, qualora eventualmente sia noto alle Forze dell'Ordine.
Alla data del 25 novembre 2001 all'Osservatorio sono state trasmesse 36 schede da parte dei seguenti organi di Polizia: Questura (25); Polizia Ferroviaria (8); Polizia Stradale (1); Guardia di Finanza (2).
Poiché in questi mesi la compilazione delle schede di rilevazione da parte degli incaricati non è stata omogenea non è possibile, formulare alcun tipo di considerazione, ma ci si riserva di dar conto anche dell'analisi di questi dati in un prossimo studio.
Riguardo alla denuncia la maggioranza del campione dichiara di averla presentata e circa le motivazioni emerge che il 27% avrebbe denunciato per "stimolare un maggior controllo da parte delle forze dell'ordine" ed il 22% per dovere di informazione.

Circa le soluzioni che potrebbero aumentare il senso di sicurezza del campione dei rispondenti spiccano - riaggregando le risposte - quelle di ordine generale attinenti ad un potenziamento degli strumenti di controllo: del territorio (attraverso una maggiore presenza delle Forze dell'Ordine) e attraverso lo strumento penale e giudiziario (pene certe e giustizia in tempi ragionevolmente rapidi) scelte nel 48% delle risposte.
Seguono soluzioni che riguardano in generale il contenimento del disordine fisico: la pulizia, l'illuminazione o la riqualificazione urbanistica della città (scelto nel 22% delle risposte) o sociale: meno spacciatori, persone che si drogano o vagabondi per strada (11% delle risposte).
E' interessante riportare anche il dato, relativo all'11% delle risposte, che indica nella limitazione di accesso agli extracomunitari (limitato, per taluno dei rispondenti, solo a coloro che non abbiano un lavoro) una soluzione che potrebbe accrescere il senso di sicurezza di una parte del campione.
Riguardo alle tecniche di intervento più adatte ad aumentare la sicurezza si va da quelle più orientate ad un potenziamento del controllo: l'istituzione del vigile o poliziotto di quartiere, l'installazione di videocamere, l'utilizzo di pensionati per assicurare la sicurezza dei bambini, creazione di percorsi urbani sicuri (49% delle risposte) a quelle più orientate alla prevenzione: aiuto alle vittime di reato e alle fasce più deboli della popolazione, favorire l'integrazione sociale, sviluppare il senso di appartenenza alla collettività o a realizzare progetti culturali per i giovani (44% circa delle risposte).
Liberalizzare l'uso delle armi è parsa una tecnica d'intervento valida soltanto per l'1% delle risposte.
L'ipotesi di un sistema di giustizia fondato su principi ristorativi anziché retribuitivi trova la maggior parte del campione poco favorevole mentre il 37% si dichiara favorevole.

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[9] In Appendice A sono meglio esplicitate la metodologia dell’indagine e la distribuzione dei questionari restituiti.
[10] Lewis D. A., Maxfield M.G.:(1980) “Fear in the Neighborhoods: an Investigation on the Impact of Crime”, Journal of Research in Crime and Delinquency, 160

 

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