VALDELSA PIÙ SICURA - RAPPORTO 2001

Silvio CIAPPI

 

PESENTAZIONE

Collaborazioni e Ringraziamenti

Il Progetto, l’impostazione di questo rapporto e la sua realizzazione sono il risultato del lavoro di ricerca svolto da Silvio Ciappi, responsabile scientifico dell’Osservatorio sulla Criminalità della Valdelsa.

Molte altre persone hanno collaborato a vario titolo, alla realizzazione di questo rapporto. 

Il Rapporto sulla Sicurezza in Valdelsa è frutto di una attività di ricerca che ha visto insieme accademici ed operatori. Ringraziamo dunque i collaboratori della Cattedra di Psicopatologia Forense dell’Università di Siena (Direttore. Prof. G.B. Traverso) ed in particolare la Dr.ssa Lara Bagnoli per i suggerimenti elargiti nella fase di inserimento dei dati.

Si ringraziano Luca Rugi, Sindaco di Poggibonsi, Marco Spinelli, Sindaco di Colle Val d'Elsa, Piero Pii, Sindaco di Casole d'Elsa, Marco Lisi, Sindaco di San Gimignano, Paolo Casprini, Sindaco di Monteriggioni, Ettore Barducci, Sindaco di Radicondoli. Si ringraziano poi i Comandanti ed Agenti della Polizia Municipale, per le riflessioni illuminanti nel corso della ricerca, evidenziatesi anche a seguito del Corso di formazione sulla Sicurezza svolto presso la sede della Polizia Municipale di Poggibonsi.

Si ringrazia inoltre la dr.ssa Elisabetta Forconi dell'Ufficio Relazioni con il Pubblico di Poggibonsi per il valido aiuto strategico prestato nella fase di somministrazione dei questionari.

Si ringraziano inoltre il dr. Macrì, Dirigente della Polizia di Stato del Commissariato di Poggibonsi, ed il Capitano dei Carabinieri, Michele Colozza.

Un ringraziamento va anche a tutti i membri della Giunta Comunale ed allo staff dell’Amministrazione Comunale ed agli obiettori di coscienza per il lavoro relativo al questionario. 

Senza la collaborazione e la disponibilità di coloro che vivono ed operano nella città, con passione e cura il lavoro avrebbe inevitabilmente sofferto di imperdonabili omissioni.

Si ringraziano, infine, ma non da ultimi, tutti i cittadini valdelsani che hanno avuto la pazienza di rispondere al questionario, consegnandoci elementi preziosi su cui riflettere e lavorare per migliorare la vivibilità di questa già splendida area.

Come sempre ringrazio i miei cari per la pazienza e le puntuali osservazioni sul lavoro.

Parte Prima

LA CRIMINALITÀ IN VALDELSA

1.1 I dati sulla criminalità: alcune osservazioni sull’andamento del fenomeno in Italia.

Prima di affrontare l’esame dei dati relativi alla Valdelsa è opportuno premettere alcune osservazioni relative all’andamento della criminalità in Italia negli ultimi anni.

A partire dalla fine degli anni ’60 si è registrata nel nostro Paese una vera e propria svolta nell’andamento dei reati contro il patrimonio e contro la persona; nel giro di poco tempo il loro tasso è salito in maniera vertiginosa, salvo che per alcuni delitti il cui andamento si è manifestato in parte diversamente a partire dalla metà degli anni ’70. Per quanto riguarda le rapine, infatti, i dati mostrano una crescita continua fino al 1998, ad eccezione del periodo 1991-1995 in cui si è registrata una flessione. 

Il numero di furti e di omicidi, invece, ha avuto oscillazioni di natura ciclica, con un primo ciclo che va fino al 1986 caratterizzato da una fase di forte espansione seguito da una più contenuta contrazione. Per i furti il secondo ciclo ha registrato un aumento fino al 1991 per poi decrescere fino al 1997 e di nuovo risalire dal 1998.

Statistiche sulla criminalità. Per analizzare la criminalità e le sue variazioni nel tempo e nello spazio la ricerca si serve principalmente di due fonti: i reati denunciati all’Autorità Giudiziaria da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza (statistica della delittuosità) e quelli per i quali l’Autorità Giudiziaria ha iniziato l’azione penale (statistica della criminalità), che tuttavia non rappresentano tutta la realtà, essendovi esclusa la parte di reati non denunciati (dark number).

Inoltre si è riscontrato che negli anni ‘96-’97 sono aumentate le rapine (del 5,3%), i furti in appartamento (del 3,1%) come pure i furti in generale (0,5%), mentre sono diminuiti gli omicidi (dell’8,5%) e i furti d’auto (del 5,2%).

Infine, nel corso del 1998 i reati denunciati all’autorità giudiziaria sono stati 3.090.912 con un incremento dell’8,2% rispetto all’anno precedente. A tale aumento corrisponde un altrettanto notevole incremento delle denunce presentate contro ignoti che hanno raggiunto la percentuale dell’83,4% sul totale. In particolare i reati contro il patrimonio denunciati sono il 73,1% e di questi il 94,1% è commesso da presone rimaste ignote (ad esempio nel 96,5% dei casi di furto i responsabili non vengono identificati). 

I dati presentati nei grafici successivo non sono di facile interpretazione, in quanto non è semplice specificare i fattori che danno conto del diverso andamento di alcuni reati negli ultimi trent’anni.

Fonte: Elaborazione dati ISTAT

Tuttavia è importante sottolineare alcune decise variazioni: innanzitutto il numero di furti, rapine ed omicidi è diminuito per cinque o sei anni dopo il 1991, mentre dal 1988 al 1997 vi è stato un forte aumento della percentuale di questi reati commessi da immigrati extra-comunitari, in gran parte irregolari, privi di permesso di soggiorno (1)

Fonte: Elaborazione dati ISTAT

Contrariamente a quanto si può pensare le due diverse tendenze non sono inspiegabili o incompatibili fra loro.

Infatti l’andamento della criminalità è il prodotto dell’azione di molti fattori. Così nel corso degli anni ’90 se i flussi migratori hanno provocato una crescita nel numero di furti, rapine e omicidi, altri processi ed avvenimenti hanno avuti effetti opposti. Si pensi ad esempio alla rilevanza connessa ai considerevoli sforzi compiuti a partire dal 1992 – a seguito degli omicidi di mafia - nelle zone meridionali del paese per combattere la criminalità, attraverso la riorganizzazione delle forze di polizia ed un loro massiccio impiego nel controllo del territorio. Questi provvedimenti hanno provocato una diminuzione del numero di vari reati.

Tali oscillazioni tuttavia non permettono di trascurare il dato del fortissimo aumento, negli ultimi trent’anni, nel numero dei reati in modo particolare di quelli che incidono profondamente sul senso di insicurezza dei cittadini. 

Infatti la presenza di tassi di occorrenza più alti di quanto non fossero mediamente non solo trenta, ma dieci anni fa, e la circoscrizione del fenomeno del ridimensionamento ad alcuni tipi di reato (omicidi e furti) riverbera i suoi effetti sull’allarme sociale e sulla paura che i cittadini hanno nei confronti del crimine.

Inoltre, questo aumento è stato più consistente nella grandi città tant’è che nei capoluoghi di provincia il tasso di furti è quasi triplicato rispetto a trent’anni fa, mentre il tasso dei danneggiamenti è aumentato di sedici volte e quello delle rapine di diciotto volte. (Barbagli, 1999). 

Comunque le statistiche – pur con differenze da caso a caso – mettono in evidenza come tutti i reati appaiono più frequenti nei comuni capoluogo.

Queste differenze appaiono legate a differenti strutture di opportunità – di compiere un reato, di procurarsi maggiore profitto,di essere individuati e scoperti –che le città più grandi e più ricche offrono rispetto a quelle piccole.

Tuttavia ciò non spiega il diverso andamento del fenomeno nel corso del tempo.

Premessa la difficoltà di dare risposta a questo tipo di domande, che implicano la valutazione delle numerose variabili e del loro interagire, tuttavia non si possono trascurare le conseguenze riconducibili alle variazioni nei tassi (notevoli nel nostro paese) di una fondamentale variabile demografica: l’età. 

Le statistiche mostrano che in Italia – negli anni ’70 ed ’80 – è aumentata la quota di persone fra i 14 ed i 25 anni, mentre alla fine degli anni ’80 si è registrata un’inversione di tendenza - destinata a mantenersi per i prossimi anni – che ha portato fra il 1988 ed il 1998 ad una diminuzione del 19% del numero dei giovani.

Età della popolazione: già da tempo gli studiosi hanno sottolineato che, a parità di tutte le altre circostanze, una popolazione commette più reati quanto maggiore è il numero di persone dai 20 ai 30 anni e molte ricerche hanno confermato soprattutto la maggiore delittuosità dei giovani da 14 ai 24 anni

Se si consultano le statistiche relative alle persone condannate in Italia per età si ha modo di rilevare come nella classe di età tra i 18 ed i 24 anni si hanno le quote più alte circa i reati di omicidio (sette volte maggiore della classe dei quarantenni), furto (almeno nove volte più grande) e rapina.

Ciò spiega – almeno in parte – l’aumento nel tasso di furti, rapine ed omicidi, registrato negli anni settanta ed ottanta - fino al 1991 -ed il successivo decremento rilevato nella prima metà degli anni ’90.

Insomma, a volte è sufficiente la variazione considerevole del numero di giovani in una società per indurre cambiamenti nel numero di reati.

1.2 La criminalità in Valdelsa: osservazioni generali sulle caratteristiche del fenomeno delinquenziale.

La Valdelsa, da un punto di vista fisico e geografico, si trova in una condizione estremamente proficua di non isolamento: il fatto di essere circondata da una ottima rete viaria e ferroviaria ha comportato un suo rapido ed importante sviluppo urbanistico e commerciale.

La carenza di spazi e la loro limitatezza dentro i vecchi centri storici ha fatto sì che i nuovi quartieri si sviluppassero tutti al di là della cerchia urbana, il centro storico propriamente inteso. 

La Valdelsa ha visto e sta vedendo a tutt’oggi una forte concentrazione operaia in alcuni quartieri, senza essere stata pur tuttavia una area operaia. La sua vocazione all’artigianato e all’agricoltura si spiegano proprio attraverso la storia di una provincia nella quale è sempre stato prevalente il lavoro della terra. 

La rinascita ultimamente di alcuni settori industriali, quali quello dell’edilizia, rinascita avvenuta in concomitanza con l’arresto della crisi del settore del mobilificio, hanno incrementato in maniera drastica la mobilità di manodopera. Ai vecchi centri storici si sono nel tempo aggiunte banlieu di quartieri abitanti in prevalenza da manodopera operaia ed impiegatizia. 

In Valdelsa, inoltre, la nascita di nuovi quartieri ha seguito una logica diversa da quella che ha caratterizzato e caratterizza lo sviluppo urbanistico delle città che si espandono. Il recupero edilizio del centro storico non ha comportato il trasferimento massiccio degli abitanti verso quartieri caratterizzati dalla presenza importante di edilizia residenziale pubblica e localizzati tutti al di fuori del centro storico cittadino. 

Riteniamo quindi che l'importanza del fenomeno urbanistico e delle migrazioni interne giochi un ruolo non secondario ai fini della analisi della sicurezza e della criminalità.

Un altro elemento molto importante ai fini dell’analisi sul fenomeno criminale è costituito dal dato in controtendenza rispetto a quello provinciale, che vede la Valdelsa come una tra le aree con un indice di maggior natalità, dovuto ad un maggior flusso delle migrazioni. 

La maggiore 'giovinezza' della popolazione costituisce generalmente un indice predittivo particolarmente importante ai fini della criminalità.

Si è visto come la letteratura criminologica abbia dimostrato abbondantemente che la delinquenza viene agita soprattutto nella fascia di età compresa tra i 15 e i 25 anni e che, progressivamente, il fenomeno delinquenziale si riduce. (1)

Si riportano, di seguito, alcune considerazioni riferite alle singole fattispecie.

· OMICIDIO: L’omicidio in Valdelsa è un delitto che si verifica assai raramente e benché, magari accada, resta un evento la cui frequenza statistica è certamente irrilevante. Ciò non significa, tuttavia, che la sua apparizione non desti preoccupazione. Nella presente analisi non è possibile esaminare l’evento omicidiario in quanto ci siamo occupati della semplice percezione dei reati. Riteniamo però importante concentrare l’attenzione non solo sul dato statistico disponibile, ma anche di tentare di collocare il fatto all’interno di una categoria criminologica precisa (omicidio passionale; omicidio per regolamento di conti; omicidio maturato negli ambienti della malavita, ecc) che potrebbe invece consentire la descrizione di linee di tendenza interessanti della criminalità violenta (ad esempio attraverso correlazioni ai dati su i tentati omicidi).

· ESTORSIONE: Anche per l'estorsione, come per tutti i reati di natura economica è importante risalire al contesto sociale e criminale nel quale esse si sono prodotte. E’ possibile, scongiurata almeno fino ad oggi la presenza nel territorio di organizzazioni di tipo mafioso, ipotizzare che questi reati si siano consumati in ambienti non caratterizzati esclusivamente da sottoculture criminali precise.

· RAPINA: Il dato delle rapine è in generale significativo ed importante perché segna il passo ad una forma di criminalità particolarmente violenta. Poiché non è dato conoscere dove, quanti e come gli episodi siano avvenuti e a danno di chi (in banca, alle poste, ai danni di privati cittadini, ecc.), difficile risulta anche sviluppare ipotesi precise di spiegazione dei numeri del reato.

· FURTO IN ABITAZIONE: Il suo aumento o diminuzione è variabile dipendente dal controllo di polizia e dalle cautele messe in atto dalla popolazione, Resta da dire che, comunque, resta a livello di percezione uno dei reati maggiormente subiti dai soggetti del campione.

· FURTO IN NEGOZIO: Tradizionalmente il furto in negozio o al supermercato, definito anche taccheggio, rientra tra quei reati che possiedono il più elevato “numero oscuro”. I proprietari del negozio che subiscono il furto, talvolta, rinunciano a presentare denuncia per una serie di ragioni, non ultima quella per cui si considera la sparizione di merce come un “costo” fisiologico dell’attività. A livello di percezione il taccheggio risulta nella categoria "altri reati"ed è quantificabile nella misura dello 0.9%. Questo significherebbe, nel nostro caso, che non si sono verificati meno furti ma semplicemente ne sono stati denunciati un numero minore. Diversamente si potrebbe ipotizzare che anche i commercianti abbiano dotato i propri negozi di sistemi di allarme più o meno sofisticati che hanno sortito gli effetti sperati.

· BORSEGGIO: Il reato di borseggio, è a livello di percezione, pari a 9,5%. E’ quindi un reato sostanzialmente importante, allarmante per la sua costanza e per il fatto che nonostante i controlli e i pattugliamenti nei luoghi ove esso si manifesta (soprattutto al mercato) viene percepito come sensibilmente grave.

· SCIPPO: Lo scippo è evento più raro, attestandosi al 3,5% dei casi.

Vogliamo comunque vedere, tracciando una sorta di indicazione di rotta per studi successivi sull'argomento, le dimensioni della criminalità reale rispetto a quella denunciata. Come vedremo successivamente, alla variabile “Nell'anno 2000 è restato vittime di uno o più reati” il 22,2% del campione, pari a 524 soggetti, ha risposto affermativamente. Se estendiamo tale percentuale di vittimizzazione riscontrata nel nostro campione alla popolazione residente (maggiore di quattordici anni) in Valdelsa otteniamo un numero di soggetti vittime di reato pari a 12537, e, logicamente, una uguale percentuale di vittimizzazione (22,2%). Infatti:

(54474 / 22,2) = 12537 è numero di soggetti che hanno subito un reato nell'intera Valdelsa, secondo la proiezione del nostro campione.

Ma, sempre nel nostro campione, alla variabile “Ha denunciato il reato” vediamo che il 40,8% dei soggetti che avevano dichiarato di essere vittima di reato non vanno poi a denunciare il fatto delittuoso. Quindi, nel nostro calcolo ipotetico, dobbiamo togliere dai 12537 soggetti vittime di reato il 40%. Otteniamo quindi:

(12537 / 100) x 40 = 5014 soggetti che hanno avuto una esperienza di vittimizzazione ma non hanno poi denunciato il fatto.

Se, allora, dividiamo i 5014 soggetti che hanno subito un reato senza però denunciarlo per la popolazione valdelsana di riferimento pari a 56474 soggetti, otteniamo il cd. Tasso Autorivelato di Vittimizzazione (TAV) che risulta pari a 8900 soggetti per ogni 100.000 abitanti il che equivale a dire che quasi 9000 soggetti su 100.000 abitanti hanno dichiarato di aver subito un reato ma di non averlo denunciato, percentuale pari quindi al 9% della popolazione).

E quindi il cd. Numero oscuro dei reati, coinvolge, seguendo la nostra ipotesi, il 9% della popolazione. 

Il Numero Oscuro dei reati coinvolge il 9% della popolazione. Ovverosia: 9 abitanti su 100 sono vittime di reato senza però denunciarlo

Se, all'interno della nostra simulazione, e ben consapevoli che il dato provinciale coinvolge aree territoriali diverse dalla nostra, ma qui ciò che importa è il metodo di indagine, prendiamo in considerazione il numero dei delitti (10891) e lo suddividiamo per la popolazione provinciale ultraquattordicenne (224657) otteniamo il cd. Tasso Ufficiale di Vittimizzazione (TUV) che è di:

TUV = (10891 / 224657) x 100.000 ab. = 4800 (il che equivale a dire che quasi 5000 soggetti su 100.000 abitanti hanno denunciato un reato, percentuale pari cioè a quasi il 5% della popolazione).

Il Tasso Ufficiale di Vittimizzazione coinvolge il 5% della popolazione. Ovverosia: 5 abitanti su 100 sono vittime di reato e sporgono denuncia

Se confrontiamo i due dati vediamo che il tasso dei reati denunciati nell'intera provincia è pari al 5% della popolazione. Se ammettessimo per ipotesi che tale dato sia anche quello relativo alla Valdelsa, risulta che il dato denunciato (5%) è inferiore di quasi la metà di quello autorivelato, relativo cioè alle vittime che non hanno denunciato il reato (9%). In altre parole lo Scarto tra delittuosità reale e delittuosità registrata (o denunciata), è pari a

Tasso Autorivelato di Vittimizzazione

______________________________= 9 / 5 = 2

Tasso Ufficiale di Vittimizzazione

O di converso, la Propensione alla denuncia coinvolge un cittadino su due, è quindi del 50%.

La Propensione alla denuncia dei reati coinvolge un cittadino su due. Ovverosia: circa il 50% delle vittime subisce un reato senza denunciarlo

In conclusione, riteniamo importante approfondire la lettura e l'analisi del numero oscuro dei reati. Se è infatti vero che il crimine possiede un aspetto “fisiologico” nella società, per cui è impossibile pensare di debellarlo completamente, tuttavia è proprio nella determinazione della soglia “fisiologica” della criminalità che si può leggere la sicurezza di una comunità. 

Da questo punto di vista la Valdelsa si rivela essere un'area con un buon grado di sicurezza nella quale il fenomeno della criminalità non possiede le caratteristiche di violenza che invece sono proprie di altre città o realtà urbane, anche per le attività di controllo e di prevenzione svolte, che ne rappresentano un valido argine.

VALDELSA PIÙ SICURA - RAPPORTO 2001

Parte Seconda

I RISULTATI DELL’ANALISI QUANTITATIVA SULLA PERCEZIONE DELL’INSICUREZZA 

2.1 La percezione dell’insicurezza nelle città: alcune osservazioni generali.

La paura della criminalità ed il timore di esserne colpiti fanno parte di un fenomeno che sta caratterizzando sempre più profondamente la società contemporanea e comporta gravissime conseguenze sociali e psicologiche.

Molti ricercatori sottolineano come l’insicurezza possa divenire un fattore critico nei processi che determinano ansia e stress, determinare una limitazione dei comportamenti e dei movimenti delle persone nonché modificare sostanzialmente le relazioni sociali degli individui.

I ricercatori hanno evidenziato due dimensioni principali del senso di insicurezza: la fear of crime, cioè la paura personale della criminalità, ed il concern about crime ovvero la preoccupazione sociale per la criminalità o preoccupazione per l’ordine.

(Roché S.,1998, Sociologie Politique de l’Insecurité, Puf, Paris.)

Inoltre, l’affiorare del problema dell’insicurezza si correla in profondità alle scelte politiche delle amministrazioni locali ed influenza le relazioni fra i diversi gruppi sociali nonché l’assetto urbanistico delle città.

I dati di una recente indagine di vittimizzazione, relativa ai comportamenti illeciti che nel linguaggio comune vengono definiti “microcriminalità” ma la cui gravità è spesso tutt’altro che minima, evidenziano in modo incontrovertibile che anche in Italia il senso di insicurezza per la criminalità non solo esiste fra la popolazione, ma è diventato un fenomeno sociale che non si può continuare ad ignorare.

La questione del senso di insicurezza, ignorata nel nostro paese fino a pochi anni fa, è stata oggetto negli ultimi trent’anni di numerosi studi e ricerche soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. 

Le ricerca internazionali ha rilevato che il senso di insicurezza personale, seppure con un andamento parallelo all’aumento della microcriminalità, sembra essere socialmente sempre più diffuso ed assumere un rilievo particolare che lo rende una realtà, sia dal punto di vista sociale che scientifico, del tutto autonoma.

Alcuni studiosi preferiscono impiegare il termine criminalità predatoria per indicare quegli atti illeciti nei quali ci si appropria di beni mobili altrui o si danneggiano persone o beni mobili di altri.

La prima è una risposta fisica ed emotiva ad una minaccia che può essere effettiva oppure potenziale, derivando, in questo caso, dalla rappresentazione anticipata di una situazione di rischio, legata alla percezione sia delle probabilità che tale situazione si verifichi che della gravità delle conseguenze possibili. La paura sociale per la criminalità, invece, è un senso di inquietudine che si prova per la sua diffusione nei luoghi in cui si vive.

E’ interessante notare come la paura per la criminalità non si distribuisce in modo uniforme nella popolazione, ma varia a seconda del genere, dell’età, del tipo di comune di residenza o della zona geografica in cui si vive. 

I risultati della ricerca internazionale cui risultati mostrano dunque che la paura della criminalità è molto più diffusa della vittimizzazione (criminalità reale) ed i gruppi demografici più insicuri sono, in realtà, i meno vittimizzati.

I dati delle ricerche mostrano che la variabile più importante è la prima, dato che la paura risulta essere molto più diffusa fra la popolazione femminile che fra quella maschile. La relazione fra età e paura personale, invece, appare curvilinea cosicché ad aver maggior paura sono le persone più anziane, seguite dai giovanissimi, mentre gli adulti di mezz’età risultano i soggetti che si sentono più sicuri.

Altre considerazioni interessanti si possono trarre altresì dall’esame delle ricerche riguardanti i gruppi a rischio, ossia quell’insieme di individui che, per le loro caratteristiche, hanno maggior probabilità di subire un reato. Questi studi consentono di indagare in una prospettiva completamente nuova e maggiormente attenta al reato, al tipo di situazione in cui viene commesso, nonché di evidenziare eventuali occasioni che lo favoriscono unitamente alla struttura delle opportunità connesse a quell’azione delittuosa. 

E’ interessante notare come queste indagini smentiscano altrettanti luoghi comuni cui spesso si sente far riferimento da parte dei media, circa le caratteristiche dei gruppi a rischio di vittimizzazione.

Il primo dato concerne l’età ed il sesso delle potenziali vittime e smentisce lo stereotipo che vuole le donne e gli anziani vittime privilegiate di borseggiatori e aggressori. In realtà la ricerca empirica mostra che il rischio è distribuito in modo diseguale fra i vari strati della popolazione: in particolare le donne corrono rischi maggiori di subire scippi o borseggi, mentre gli uomini di essere vittime di rapine o aggressioni personali. Il rischio di vittimizzazione varia anche in funzione dell’età, ma in modo diverso a seconda del tipo di reato, diminuendo all’aumentare dell’età per quanto riguarda rapine e aggressioni personali.

Inoltre, considerando tutti insieme i reati predatori, si può notare che il rischio di rimanerne vittima diminuisce con l’aumentare dell’età. 

Un altro dato molto interessante è quello relativo ai rapporti fra tasso di vittimizzazione ed aree metropolitane. La ricerca ha sempre dimostrato – da cinquant’anni a questa parte – una stretta correlazione fra tasso di criminalità ed urbanizzazione. 

Tuttavia anche questa proposizione merita un approfondimento alla luce dei cambiamenti avvenuti nelle nostre città negli ultimi trent’anni, che hanno reso obsoleti gli schemi interpretativi a tutt’oggi utilizzati.

Finora si è calcolato il tasso di urbanizzazione di un comune in rapporto al numero dei suoi abitanti. Tuttavia - negli ultimi anni - si è assistito ad una scissione territoriale fra la popolazione diurna e notturna: in un primo momento è aumentato il numero di pendolari e successivamente a costoro si è aggiunta la quota dei consumatori metropolitani (city users) che si riversano periodicamente in città non per lavoro, ma per consumare servizi. Tutto ciò impone il riesame della relazione fra urbanizzazione e criminalità predatoria; non è più sufficiente, infatti, riferirsi al numero di abitanti dei comuni o ai tassi di criminalità, mentre è divenuto necessario distinguere fra il luogo in cui risiedono le vittime e quello in cui vengono commessi i reati.

La ricerca internazionale ha messo in evidenza che le dimensioni del comune di residenza influiscono sulla paura della criminalità, ma solo relativamente a quella di strada.

Fra le varie teorie è particolarmente interessante quella denominata life style model che focalizza l’attenzione sullo stile di vita dei soggetti (Hindelang et al., 1978) cui sarebbero da ricondurre le variazioni fra i vari strati della popolazione in ordine al rischio di subire un reato violento. 
I risultati hanno messo in rilievo che più lo stile di vita (ovvero l’insieme di attività connesse al lavoro, alla scuola, alla gestione domestica o al tempo libero) mette a contatto l’individuo con potenziali autori di reato maggiore sarà il rischio di vittimizzazione.

E’ interessante esaminare anche la relazione esistente fra esperienze di vittimizzazione e paura personale. Le molte ricerche condotte in proposito negli stati Uniti, in Gran Bretagna e in altri paesi occidentali sono giunte a risultati contrastanti.

Alcuni autori nel valutare i risultati delle ricerche, che non mostravano relazioni fra le variabili, hanno ritenuto che l’esperienza personale di vittimizzazione possa giocare solo un ruolo limitato nello spiegare l’incidenza generale della paura della criminalità, oppure che l’aver subito un reato abbia reso gli individui più cauti e meno esposti ai rischi, riducendo al contempo la loro paura. 

Va ricordato che la particolare distribuzione di dati e le apparenti incongruenze rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, spiegano il motivo per cui gli studiosi hanno da sempre cercato le ragioni sottese alla diversa distribuzione del rischio di vittimizzazione. 

Pertanto quanto e quando si esce di casa, i luoghi che si frequentano, i percorsi e i mezzi di trasporto usati, danno ragione delle variazioni del rischio.

Secondo la routine activity approach l’attività criminale è correlata a fattori ecologici e, perché si realizzi, vuole la necessaria copresenza di tre elementi: un soggetto disponibile e capace a commettere un reato, un obbiettivo (oggetto o persona) facilmente raggiungibile ed aggredibile e la mancanza di efficaci mezzi atti a contrastare l’azione delittuosa. 

Questa teoria analizza le attività rutinarie compiute dalle persone e si propone di spiegare non solo le variazioni dei rischi nello spazio, ma anche nel tempo.

Poiché è sufficiente l’assenza di uno solo di questi elementi perché il reato non si compia si sono analizzate le attività rutinarie dei soggetti maggiormente vittimizzati per evidenziare le abitudini che possono esporli a potenziali criminali (prossimità), la loro posizione strutturale – lavoro, reddito, luogo di residenza - che li rende bersagli privilegiati (remuneratività) e poco difesi (accessibilità). Questi ultimi tratti dipendono a loro volta dalle caratteristiche socio-demografiche delle persone quali l’età, il sesso, la classe sociale.

Alcuni autori sono dell’opinione che la paura per la criminalità sia un sentimento irrazionale secondo due significati diversi: che la paura è sproporzionata ed eccessiva rispetto al rischio effettivo di subire un crimine (irrazionalità rispetto alle cause) oppure che tende ad ostacolare ed influire negativamente sul comportamento delle persone (irrazionalità rispetto agli effetti). 

Per quanto riguarda l’irrazionalità riferita alle cause varie ricerche condotte in Gran Bretagna e negli Stati Uniti nel corso degli anni ’80 hanno sottolineato l’irrazionalità della paura, ponendo in rilievo come i gruppi fra i quali era maggiormente diffusa – donne ed anziani – fossero anche quelli che correvano meno rischi, mostrando un più basso tasso di vittimizzazione. I ricercatori spiegavano questo risultato all’apparenza paradossale ritenendo che la paura fosse alimentata da informazioni sbagliate, diffuse dai mass media, circa i rischi concreti di subire un reato 

Altre ricerche condotte in alcuni paesi occidentali hanno posto in evidenza come la paura della criminalità nasca, si diffonda e cresca anche a causa del ripetersi – nella zona in cui si vive – di azioni ed eventi, apparentemente di poco rilievo, talvolta semplicemente al limite del reato, che vengono denominati atti d’inciviltà e nel loro insieme vengono percepiti dai cittadini come segni che l’ordine morale della comunità è crollato.

Nel 1978 Albert Hunter affermava che «la paura in ambiente urbano è soprattutto paura del disordine sociale, che può essere considerato una minaccia per l’individuo». Sottolineava, inoltre, che la disorganizzazione sociale era all’origine sia delle lievi violazioni delle norme (le inciviltà) che di quelle più gravi (i reati) e rilevava che nelle aree in cui sono più frequenti le prime vengono commessi più spesso anche i secondi. 

Si è notato, tuttavia, che il senso di insicurezza dei cittadini dipende più dalle inciviltà che dai reati, a causa della loro maggiore frequenza

Altri autori hanno sottolineato come si tenda troppo spesso a trascurare «la paura di essere importunati da persone che violano l’ordine sociale» (disorderly people). Tali soggetti non sono necessariamente criminali né violenti, ma vivono senza regole o appaiono imprevedibili ed equivoci - tossicodipendenti, prostitute, ubriachi etc. - ed in quanto tali inquietano e impauriscono i cittadini, suscitando anche sentimenti di indignazione ed un forte senso di ingiustizia e di impotenza.

Tutti gli studi, dunque, dimostrano che una grossa fonte di insicurezza è data da quello che molti ricercatori chiamano “il disordine”, ossia quell’insieme di segni di inciviltà che sono presenti nella zona in cui una persona vive, che possono essere sociali o fisici. I primi sono connessi ad eventi o specifiche attività quali ad esempio i comportamenti di diverse categorie di persone: spacciatori e clienti, prostitute, mendicanti, etc. 

I secondi invece mostrano aspetti duraturi dell’ambiente in cui si vive: edifici abbandonati o trascurati, scritte sui muri, cabine del telefono danneggiate, lampioni rotti, strade sporche etc. 

Le inciviltà, infine, possono essere attive o deliberate – vandalismo, graffiti etc. – oppure passive e involontarie come gli edifici trascurati o la spazzatura non raccolta.

Queste situazioni e comportamenti così diversi fra loro, hanno tuttavia in comune l’aspetto di costituire una violazione delle norme condivise dalla popolazione riguardo la gestione e l’utilizzo degli spazi pubblici.

Alcuni ricercatori hanno sottolineato come i segni di inciviltà sociali e fisici mostrano quanto i comportamenti antisociali sono più facilmente tollerati dalle forze dell’ordine e dalle altre agenzie formali di controllo della comunità, accrescendo al contempo la preoccupazione dei residenti per la propria sicurezza personale, nonché il livello di paura ed il senso di isolamento, e indebolendo, di conseguenza, la fiducia nelle capacità delle strutture informali ed istituzionali di prevenire la criminalità.

Questa è, in sostanza, la tesi di fondo della broken window theory secondo la quale se in un edificio vi sono dei vetri infranti e nessuno li sostituisce, dopo poco tutte le finestre subiranno la stessa sorte. Ciò accade non perché il quartiere sia invaso da vandali o da delinquenti, ma perché quelle finestre rotte indicano che nessuno dei residenti nel quartiere è disposto a difendere i beni degli altri contro gli atti di vandalismo.

Le norme violate dalle varie “inciviltà”, sebbene siano ampiamente condivise dai cittadini, tuttavia spesso non sono codificate, sicché soltanto alcune finiscono per costituire dei reati. 

La forte correlazione esistente fra inciviltà e senso di insicurezza è stata dimostrata – oltre che con ricerche – anche con esperimenti. 

Il più importante è il Foot Patrol Experiment condotto a Newark (New Jersey) a metà degli anni ’70 con pattuglie a piedi della polizia, anziché in auto. 

Gli effetti positivi sul senso di sicurezza dei cittadini prodotti essenzialmente dal fatto che le pattuglie affrontarono in modo diverso e più efficace il problema del disordine sociale. Infatti, i poliziotti, immersi nella vita e nei problemi della gente comune dei vari quartieri, meglio conosciuti e stimati dai cittadini, negoziarono con i residenti, attraverso una positiva opera di mediazione sociale, le regole di condotta riguardanti l’uso degli spazi pubblici, stabilendo delle soglie di disordine e riducendo il numero delle inciviltà.

Secondo alcuni ricercatori i disordine è contagioso e si autopropaga favorendo, col passare del tempo, l’aumento della criminalità, del numero di furti e rapine. Il fenomeno si spiega attraverso il fatto che il senso di insicurezza provocato dai segni di inciviltà può ridurre – col tempo –l’interazione e la cooperazione fra i residenti, scoraggiandoli dal proteggere se stessi e la propria comunità. 

Si è potuto notare come l’aumento del senso di insicurezza e la corrispondente diminuzione del senso di solidarietà e di coesione fra i cittadini fanno decrescere anche il controllo sociale informale, secondo un processo a spirale che finisce per ribaltare il tradizionale rapporto secondo cui più criminalità - più insicurezza e divenire piuttosto più insicurezza - più criminalità.

Altri esperimenti hanno confermato quanto si è detto a proposito dei broken windows. E’ famoso quello dello psicologo americano Philip Zimbardo che alla fine degli anni ’60 vagliò empiricamente la validità di questa teoria sulle strade americane dove lasciò abbandonate, la prima volta nel Bronx a New York e la seconda a Palo Alto in California, due auto senza targa e con il cofano alzato. Verificò in tal modo che le reazioni dei passanti e dei residenti, nei due quartieri, si rivelarono in parte diverse. Nel Bronx, dopo soli dieci minuti dall’abbandono, l’auto, è stata presa d’assalto dai componenti di una famiglia tanto che in ventiquattro ore tutti i pezzi di qualche valore erano stati asportati da varie persone, in genere bianche, ben vestite e dall’aria rispettabile. A Palo Alto, invece, per ben una settimana nessuno si è avvicinato alla macchina. L’ottavo giorno lo stesso Zimbardo si è avvicinato all’auto con una mazza in mano ed ha iniziato a colpirla e tanto è bastato perché dopo poco i passanti si unissero a lui ed iniziassero a distruggere l’auto.

Quest’ultimo esperimento conferma appieno la teoria che sostiene la contagiosità e l’autopropagazione del vandalismo ed in genere degli atti di inciviltà. 

Questi contributi si distinguono per considerare la paura della criminalità un effetto della percezione dei cambiamenti strutturali della comunità e non un processo esclusivamente individuale di valutazione di un rischio esterno.

Il fenomeno della paura del crimine è dunque inserito in un contesto sociale che contribuisce, attraverso proprie caratteristiche a dinamiche, alla diffusione o alla diminuzione dell’insicurezza.

In sintesi si può affermare che sono tre le ipotesi sottoposte a verifica dalle varie ricerche: secondo la prima la paura della criminalità dipende dal numero dei reati predatori, per la seconda è dovuta anche al disordine sociale o fisico presente nella comunità e per la terza il disordine genera paura sia direttamente, sia indirettamente, favorendo l’aumento della criminalità predatoria

Questa lettura del fenomeno considera la paura della criminalità legata sia all’andamento dei tassi di criminalità reale (anch’essi conseguenti ad un aumento della disorganizzazione sociale ed intrecciati al senso di insicurezza) che al concetto di vulnerabilità personale, per cui il senso di insicurezza e di paura sono considerati atteggiamenti conseguenti la percezione da parte dell’individuo di reali “indizi di incivility” che vengono valutati razionalmente dalla singola persona.

Va sottolineato, infine, come il disordine e in generale l’insieme delle inciviltà abbia importanti conseguenze sociali. 

Innanzitutto suscitando l’indignazione nei residenti, che appaiono ingiustamente penalizzati dai costi di quella situazione di degrado e conseguentemente incrementando la paura della criminalità, perché pur essendo soltanto dei soft crimes le inciviltà ripetute in un quartiere danno -a chi vi abita - la sensazione che nessuno sappia far rispettare le norme più importanti riguardanti la convivenza e che dunque tutto possa succedere.

Un’altra serie di contributi interessanti vengono dagli studi di Psicologia Ambientale che tra la fine degli anni ’50 ed i primi anni ’70 si definisce scientificamente negli Stati Uniti con la produzione di ricerche che si distinguono per l’attenzione non solo all’ambiente sociale o psicologico, ma anche fisico.

In contrapposizione a queste costruzioni delinea il concetto di “spazio difendibile” (defensible space) capace di contenere la criminalità, attraverso lo sviluppo della territorialità e di un alto controllo sociale, avvicinando gli spazi pubblici ad una dimensione più privata.

Il primo è mediato da marcatori fisici che portano segni non-verbali di proprietà, monitoraggio e protezione che introducono una netta separazione fra quest’area e quella dominata da estranei (piante, giardini, cartelli, siepi etc.) Questo concetto risulta di grande importanza nello studio della paura della criminalità evidenziando una forte relazione fra possesso di un territorio e suo controllo sociale, sicché risulta evidente come aree poco “territorializzate” risultano meno controllate e possono favorire lo sviluppo della devianza sociale e dell’insicurezza. Questa teoria delinea una sorta di mappa che vede al centro la propria abitazione come luogo più importante e man mano ci si allontana diminuisce il senso di proprietà e l’importanza degli eventi che vi accadono. Ciò comporta la creazione di aree interstiziali che appaiono pericolose sia realmente (più alti tassi di vittimizzazione) che nella percezione sociale (maggior insicurezza). 

In proposito è interessante accennare al concetto di territorialità definibile come un’area geografica in qualche modo personalizzata o contrassegnata e difesa dall’invadenza altrui attraverso segni di demarcazione (markers) sia fisici che sociali. Alcuni autori applicano il concetto di “regolazione della privacy” alla difesa del territorio, introducendo la distinzione fra spazio primario e spazio pubblico o secondario. 

Pertanto lo sviluppo di una buona “territorialità” comporta una maggiore interazione sociale ed un più alto senso di comunità con conseguente diminuzione della paura della criminalità e minori violazioni di proprietà.

Il concetto di “setting comportamentale” definisce invece uno specifico luogo-situazione le cui caratteristiche fisiche o sociali stimolano particolari schemi di comportamento. 

Pertanto, studiare questi luoghi e le loro caratteristiche può rivelarsi più utile per predire i comportamenti delle persone che lo studio delle loro caratteristiche personali, in quanto le strade e gli isolati costituiscono spazi definiti che possono essere visti come luoghi che sviluppano comportamenti e programmi di relazioni stabili.

Un altro interessante modello è quello delineato da Newman in un suo famoso libro del 1972 in cui l’autore analizzando i grandi edifici residenziali popolari critica le conseguenze che queste scelte urbanistiche hanno sulla vita delle persone, sottolineando l’influenza che questo assetto architettonico produce sullo sviluppo dei tassi di criminalità reale. 

Ciò è ottenibile attraverso la creazione di spazi gestibili (costruzioni più piccole per favorire la socialità ed il controllo), introducendo barriere reali (muri, cancelli) e simboliche (muretti, siepi, cartelli) per definire chiaramente gli spazi sia per i residenti che per eventuali aggressori esterni, nonché aumentando le opportunità di sorveglianza comune degli spazi facilitando il controllo ed eliminando spazi “attrattivi” per i criminali.

2.2 L’analisi descrittiva del questionario (Valdelsa)

All'interno del progetto VALDELSA PIÙSICURA si è previsto la predisposizione di un questionario sulla percezione del senso di insicurezza da somministrare ai cittadini dei seguenti sei Comuni: Poggibonsi, Colle Val d'Elsa, San Gimignano, Càsole D'Elsa, Radicondoli e Monteriggioni. 

Il campione complessivo di questionari compilati dagli abitanti dell'intera zona presa in esame è di 2365 unità ed è strutturato nel seguente modo:

Si è stabilito di somministrare il questionario ad un campione casuale di cittadini valdelsani dai 14 anni in poi.

Schema n.1 Distribuzione dei rispondenti nei sei Comuni della Val d'Elsa.

POGGIBONSI 877

COLLE VAL D'ELSA 653

SAN GIMIGNANO 381

CASOLE D'ELSA 85

RADICONDOLI 27

MONTERIGGIONI 362

TOTALE 2385

La distribuzione dei questionari è avvenuta in ragione della popolazione residente in ognuno dei 6 comuni interessati, e in proporzione al numero dei residenti per fascia di età e nel rispetto del rapporto di genere maschi/femmine.

La somministrazione del questionario è avvenuta, grazie alla imprescindibile collaborazione della Polizia Municipale, attraverso la distribuzione di un questionario di vittimizzazione, nelle diverse Scuole, elementari, medie e superiori, presenti in ogni Comune interessato.

Nelle tabelle che seguono verranno esposte le frequenza modali e non l’intera distribuzione di frequenze. Perciò rimandiamo per esigenze di semplificazione all’Appendice del presente lavoro in cui sono riportate analiticamente le singole voci delle variabili prese in considerazione. 

La prima tabella analizza alcune caratteristiche socio-demografiche del campione complessivo, composto dai rispondenti dei sei comuni valdelsani. Nel 74% dei casi i soggetti hanno un'età compresa tra i 30 ed i 49 anni, mentre soltanto una piccola percentuale è riferita a persone anziane. Per quanto riguarda il sesso non sono state riscontrate delle differenze significative tra i maschi e le femmine, anche se si nota una leggera superiorità numerica a favore delle donne (55,6%). In prevalenza, i rispondenti al questionario sono soggetti coniugati (75,6%) e con discreto livello di scolarizzazione (soltanto il 9,6% del campione ha conseguito una laurea).

In merito all'occupazione, la frequenza modale è riferita agli impiegati (privati e pubblici), seguita dagli operai (18,4%) e dalle casalinghe (11,2%). Da notare come anche i commercianti e gli studenti abbiano una discreta rappresentatività all'interno dell'intero campione di riferimento.

La zona di abitazione prevalente in tutti e sei i comuni di riferimento è costituita dalla periferia urbana, con una frequenza modale pari al 57,3% dei casi, mentre nel centro storico vi abita una percentuale decisamente inferiore di rispondenti (16,5%). 

Tabella n. 1 Caratteristiche del campione dei rispondenti (Valdelsa) 

____________________________________________________

Età 

            (30-39) 38,4%

            (40-49) 35,6%

            (60-³70) 3,6%

Sesso (femmine) 55,6%

Stato civile (coniugati) 75,6%

Luogo di nascita (Toscana) 73,5%

Scolarizzazione 

            (diploma S.M.I.) 40,1%

            (laurea) 9,6%

Occupazione 

            (impiegato) 25,5% 

            (operaio) 18,4% 

            (casalinga) 11,2%

            (studente) 11,1%

            (commerciante) 7,1% 

Zona di 

            (Centro storico) 16,5%

abitazione 

            (Periferia urbana) 57,3%

            (Periferia rurale) 26,3%

La tabella n.2 illustra alcuni fattori legati alla sicurezza della zona oggetto della ricerca, ed evidenzia che la maggioranza del campione rispondente (58,1%) percepisce la Valdelsa come un territorio abbastanza sicuro. 

In merito alla percezione sull'andamento della criminalità, nel 64,1% dei casi, le persone ritengono che nel corso degli ultimi anni questa sia aumentata e che se vivessero delle esperienze di vittimizzazione potrebbero contare soltanto sull'aiuto da parte di alcuni dei propri concittadini. E' interessante notare come in tutti e sei i Comuni oggetto della nostra ricerca i soggetti si sentano maggiormente sicuri nella zona del centro storico (54,4%).

La maggioranza dei rispondenti al questionario (54,3%) vedono negli stranieri i principali responsabili nella commissione delle diverse tipologie di reato che avvengono nei comuni presi in esame. Di converso, scarsamente rappresentati sono coloro che attribuiscono ai propri concittadini la messa in atto di un'attività criminosa (2,9%). Gli sbandati ed i tossicodipendenti sono ritenuti possibili autori di reato nel 23,1% dei casi.

Tabella n. 2 Fattori legati al senso di sicurezza 

_______________________________________

Ritengo la Valdelsa abbastanza sicura 58,1%

Posso contare sull'aiuto solo di alcuni

dei miei concittadini 32,8%

Il centro storico è la parte della città

            più sicura 54,4%

In casa mi sento abbastanza sicuro 61,9%

Rispetto agli anni passati 

            la criminalità è aumentata 64,1%

I reati a mio parere sono commessi da:

            extracomunitari 35,6%

            zingari/nomadi 18,7%

            sbandati/balordi 13,2%

            concittadini 2,9%

Varie ricerche condotte in paesi occidentali hanno posto in evidenza come la paura della criminalità nasca, si diffonda e cresca anche a causa del ripetersi – nella zona in cui si vive – di azioni ed eventi, apparentemente di poco rilievo, che nel loro insieme vengono percepiti dai cittadini come segni che l’ordine morale della comunità è crollato. 

Una grossa fonte di insicurezza è data da ciò che molti ricercatori chiamano il disordine, ossia quell’insieme di segni di inciviltà che sono presenti nella zona in cui una persona vive, che possono essere sociali (connessi ad eventi od attività di particolari soggetti: gruppi che schiamazzano per strada, mendicanti, spacciatori, prostitute etc) o fisici (aspetti duraturi dell’ambiente in cui si vive: edifici abbandonati, scritte sui muri, strade sporche, spazzatura abbandonata etc). Le inciviltà, infine possono essere attive o deliberate (vandalismo e graffiti) oppure passive ed involontarie (edifici trascurati o spazzatura non raccolta).

Gli studi hanno inoltre dimostrato che il ripetersi di questi piccoli disordini, di queste violazioni di norme ampiamente condivise incide sul senso di insicurezza molto più della frequenza con cui avvengono scippi o furti in appartamento

Nel nostro campione, dunque, sembra più largamente diffusa una paura sociale per la criminalità, ovvero un senso di inquietudine generale per la sua diffusione nei luoghi in cui si vive.

La tabella n.3 delinea la percezione del campione circa la presenza del vigile di quartiere ed le sue funzioni. 

Il 27,1% delle risposte è favorevole ad una presenza costante del vigile di quartiere presso le scuole ed i parchi pubblici, seguito da un 24,3% che vede in questa figura un punto di riferimento molto importante, capace di svolgere attività di prevenzione e mediazione all'interno del quartiere in cui opera e di fornire informazioni utili ai cittadini che si trovano in situazioni di difficoltà. Da un'analisi attenta delle risposte si evince un desiderio abbastanza forte di trovare nel vigile di quartiere quell' "anello di congiunzione" tra l'Amministrazione Comunale e la cittadinanza, in grado di farsi carico di alcune istanze della gente. 

Tabella n. 3 Il ruolo del Vigile di Quartiere

________________________________

Vigilare scuole e parchi pubblici 27,1% 

Fare attività di prevenzione e mediazione 24,3%

Fermare le persone sospette 18,9%

Fare indagini sulla criminalità 13,2%

Controllare la viabilità 8,7%

Un altro compito del vigile di quartiere ritenuto importante è riferito all'attività di controllo sulle persone sospette ed alla realizzazione di indagini sulla criminalità, mentre un 8,7% delle risposte è indirizzato verso funzioni di controllo sulla viabilità.

Alcuni studi criminologici si sono occupati proprio del problema della scarsa “visibilità” delle forze dell’ordine da parte dei cittadini e di come operare per rendere più percepibile e più efficace il controllo.

Gli effetti positivi sul senso di sicurezza dei cittadini di un simile intervento derivano essenzialmente dal ribaltamento di prospettiva che porta le pattuglie ad affrontare in modo diverso e più efficace il problema del disordine sociale. Gli agenti, immersi nella vita e nei problemi della gente comune dei vari quartieri, si possono far meglio conoscere e stimare dai cittadini, possono esercitare una proficua opera di mediazione sociale con i residenti e creare un rapporto più diretto fra gli utenti e l’amministrazione.

Il problema della visibilità dipende certamente dal fatto che l’organizzazione dell’attività della Polizia Comunale deve tener conto delle risorse umane disponibili.

Si può concludere sottolineando l’apprezzamento che emerge dai dati per l’attività e le funzioni svolta dai Vigili/Poliziotti di Quartiere, nonché il riconoscimento dell’efficacia, soprattutto sul piano della rassicurazione della collettività. 

La tabella n.4 riassume le risposte inerenti la sicurezza individuale ed i comportamenti delle vittime.

Innanzitutto si può rilevare che la maggioranza del campione non ha mai subito episodi di vittimizzazione. 

In merito agli atti criminosi sono nella quasi totalità dei casi contro il patrimonio: in particolare la tabella evidenzia una prevalenza di atti vandalici (28,5%) messi in essere a danno di un'auto o di un'abitazione, seguiti dai furti in casa (22,9%). Percentuali decisamente inferiori, ma comunque degni di nota riguardano il borseggio, la truffa e la rapina, mentre scarsamente rappresentate sono atti di molestie sessuali (1,1%).

I luoghi di elezione per la commissione dei reati risultano essere principalmente le abitazioni (30,2%), le vie, le piazze, i parchi (26,7%) ed i parcheggi (17,9%). Dalla tabella si evince che anche gli ambiti lavorativi o di studio sembrano essere dei posti in cui con una certa frequenza si perpetrano i reati, mentre gli altri luoghi sono indicati in misura percentualmente molto minore. 

In merito alla denuncia la maggioranza del campione dichiara di averla presentata e circa le motivazioni emerge che il 25,4% avrebbe denunciato per “stimolare un maggior controllo da parte delle forze dell’ordine”, il 22,3% per dovere di informazione ed il 21,4% per evitare che altri possano vivere la loro stessa esperienza di vittimizzazione.

Tabella n.4 Fattori legati alla sicurezza individuale 

______________________________________

Lo scorso anno mi è capitato di essere vittima di un reato 22,1%

            atti vandalici 28,5% 

            furto in casa 22,9% 

            borseggio 9,5%

            truffa 5,1%

            rapina 4,2%

            molestie sessuali 1,1%

Il fatto è avvenuto 

            in casa 30,2% 

            una via, piazza o parco 26,7%

            parcheggio 17,9%

            luogo di lavoro o studio 9,9%

Non ho denunciato il fatto 40,7%

            perché non serve a niente 48,6%

Ho denunciato il fatto: 

            per stimolare un maggior controllo da parte delle forze dell'ordine 25,4%

            per dovere d'informazione verso le forze dell'ordine 22,3%

            per evitare che possa succedere ad altri 21,4%

Le motivazioni di coloro che non hanno denunciato si riferiscono prevalentemente al fatto che i rispondenti ritengono che sporgere la denuncia non sarebbe servito a niente (48,6%), mentre il 43,9% si è astenuto dal rivolgersi alle forse dell'ordine perché ha ritenuto il fatto non grave.

La tabella n. 5 si riferisce alle possibili soluzioni necessarie per aumentare il senso di sicurezza e come si può osservare il 26,4% delle risposte si è indirizzato verso un potenziamento degli strumenti di controllo del territorio da parte delle forze dell'ordine mentre il 18,4% del campione di riferimento preferisce un sistema di giustizia più rapido e pene certe. 

Seguono soluzioni che riguardano in generale il contenimento del disordine fisico: la pulizia (5,8%), l’illuminazione (13,7%) della città o sociale: meno spacciatori, persone che si drogano o vagabondi per strada (9,1% delle risposte).

Tabella n. 5 Fattori legati alla sicurezza individuale 

_____________________________________

Il senso di sicurezza potrebbe aumentare con più controllo del territorio 26,4%

pene certe e giustizia rapida 18,4% 

quartieri più illuminati 13,7% 

meno extracomunitari 12,1% 

assenza per strada di persone che spacciano o di si drogano 9,1%

possesso di armi e/o animali da difesa 2,7%

Per aumentare la sicurezza è utile istituire vigile di quartiere 16,7% 

favorire l'integrazione sociale 14,7% 

progetti per alleviare l'apatia giovanile 11,5% 

utilizzo di pensionati per sorvegliare parchi e scuole 10,5% 

progetti di aiuto ai più deboli 11,3% 

liberalizzare l’uso delle armi 1,9%

Sono poco favorevole alla conciliazione fra colpevoli e vittime 66,7%

E’, inoltre, estremamente interessante riportare il dato, relativo all’12,1% delle risposte, che indica nella limitazione di accesso agli extracomunitari (limitato, per taluno dei rispondenti, solo a coloro che non abbiano un lavoro) una soluzione che potrebbe accrescere il senso di sicurezza di una parte del campione.

scarsamente rappresentate sono le risposte che vedono nel possedere armi e/o animali da difesa oppure sofisticati sistemi d'allarme fattori necessari per aumentare il senso di sicurezza.

Riguardo alle tecniche di intervento più adatte ad aumentare la sicurezza si va da quelle più orientate ad un potenziamento del controllo: l’istituzione del vigile o poliziotto di quartiere, l’installazione di videocamere, l’utilizzo di pensionati per assicurare la sicurezza dei bambini, creazione di percorsi urbani sicuri (40,7% delle risposte) a quelle più orientate alla prevenzione: aiuto alle vittime di reato e alle fasce più deboli della popolazione, favorire l’integrazione sociale, sviluppare il senso di appartenenza alla collettività o a realizzare progetti culturali per i giovani (49,9% delle risposte).

Liberalizzare l’uso delle armi è parsa una tecnica d’intervento valida soltanto per l’1,9% delle risposte.

L’ipotesi di un sistema di giustizia fondato su principi ristorativi anziché retribuitivi trova la maggior parte del campione poco favorevole mentre il 33,3% si dichiara favorevole.

2.3 L’analisi inferenziale del questionario

In questa parte del rapporto si sono analizzate alcune variabili incrociandole tra loro (analisi bivariata o multivariata) in modo da ottenere informazioni più attendibili rispetto alla mera descrizione del dato. 

Si sono quindi utilizzate le metodologie della così detta statistica inferenziale il cui scopo è quello di poter generalizzare all’intera popolazione i risultati emergenti dal campione selezionato.

Di seguito vengono riportate alcune tabelle bivariate con in calce l'indice più utilizzato di significatività statistica: il test del chi quadrato (c2), parametro capace di testare statisticamente la ‘tenuta’ e la “forza” della relazione.

Nella costruzione delle seguenti tabelle le singole voci di ogni variabile sono state raggruppate in due categorie essenziali ed antitetiche. Questa operazione, nota con il termine di dicotomizzazione, permette una più rapida ed agevole lettura ed analisi del dato.

Infine, nelle tabelle che seguono, sono indicate le distribuzioni delle risposte dei soggetti relativamente a) a cosa può aumentare il senso di sicurezza e b) quali tecniche sono ritenute più adeguate e preferibili nel combattere la criminalità. 

Sono state analizzate le risposte in funzione dell’età (giovani vs. altre fasce di età), del sesso (maschi vs. femmine), dell’esperienza di vittimizzazione (vittimizzati vs. non vittimizzati) e del senso di sicurezza (persone con senso di sicurezza vs. senza senso di sicurezza). 

Nelle tabelle che seguono sono riportate alcune variabili ritenute di interesse correlate con alcuni indicatori. Nei casi in cui tali discrepanze raggiungono una differenza significativa al test del c2, tale significatività è stata indicata con un asterisco. 

Si ricorda che per significatività statistica si intendente la non causalità delle differenze percentuali riscontrate.

In particolare laddove vengono indicate tutte le singole voci delle variabili senza asterisco (ad es. M/F per indicare il sesso) ciò sta ad indicare che entrambe o tutte le categorie hanno indifferentemente risposto in senso affermativo o negativo rispetto alla singola voce interessata. In altre parole non vi è una prevalenza significativa di nessun termine della variabile sull’altra in ordine alla voce interessata. Per ritornare all’esempio, se alla voce ‘vittimizzazione’ compaiono indistintamente le voci M/F ciò sta ad indicare che le differenze riscontrate tra i maschi e le femmine come vittime di reato non appaiono significative, o che, in altre parole ancora, maschi e femmine non differiscono quali vittime di reato, hanno perciò una uguale percentuale di vittimizzazione.

Se invece appare una (o più) singola voce contrassegnata da un asterisco (‘*’) ciò sta ad indicare che la voce è statisticamente significativa, ovverosia che la differenza riscontrata è estendibile alla popolazione di riferimento. Se ad esempio appare alla variabile ‘Immigrati come autori di reato la voce G*, ciò sta ad indicare che i Giovani hanno una maggiore probabilità delle altre fasce di età di avere una visione più ‘razziale’ della criminalità.

Veniamo adesso alla lettura delle tabelle.

Per quanto riguarda la variabile sesso non notiamo una eccessiva distinzione tra i maschi e le femmine per quanto riguarda la loro insicurezza. 

Sia i maschi che le femmine hanno gli stessi atteggiamenti riguardo la percezione della criminalità e della insicurezza. In particolare le femmine si differenziano per una maggiore preferenza per la cura e la riqualificazione urbana. 

Le femmine ritengono in maggior misura che sia aumentata la criminalità, che occorrerebbe una migliore politica urbanistica (in particolar modo l’illuminazione pubblica) ed un miglior controllo delle strade per prevenire la criminalità e quindi per abbattere il senso di insicurezza, mentre sono gli uomini a preferire in maniera statisticamente significativa il ricorso alle armi. Entrambi i sessi risultano comunque in egual misura vittime di reato, e sono ugualmente inclini a ritenere, quando lo ritengono, gli immigrati autori di reato, a sentirsi sicuri e ad auspicare una maggiore certezza della pena.

Veniamo adesso ad analizzare il livello socio-economico.

Dalla analisi inferenziale emerge che in generale coloro che hanno un basso livello economico non mostrano avere risposte differenziate e specifiche sul tema. 

Gli appartenenti ai ceti medio-bassi non esprimono bisogni e proposte specifiche di sicurezza, mentre il ceto medio-alto privilegia forme ‘morbide’ di controllo e di prevenzione sociale. 

In sostanza sono gli appartenenti alla middle- upper class a percepire maggiormente il tema della insicurezza in modo razionale, a dare cioè risposte specifiche e differenziate. 

Gli strati economicamente più bassi della popolazione (operai, disoccupati, contadini, ecc.) ritengono che solo ‘genericamente’ sia aumentata la criminalità, ma non sembrano essere portatori di specifiche esigenze. Sono gli appartenenti al ceto medio, medio-alto a ritenere il problema immigrazione particolarmente preoccupante ai fini del controllo della criminalità, pur tuttavia non indicando forme estreme (Armi e/o Videosorveglianza) di controllo della criminalità. Sono questi cittadini infatti a privilegiare l’istituzione del vigile di quartiere, di progetti di integrazione sociale e di un maggior controllo del territorio. 

L’età dei rispondenti costituisce una variabile chiave.

I giovani mostrano risposte più aggressive e maggiormente marcate da un senso di intolleranza rispetto alle altre fasce della popolazione. 

Analizzando i dati più specificatamente, vediamo come vi sia una netta frattura tra il mondo giovanile e le altre componenti della popolazione. In sostanza sono i giovani ad etichettare con maggior frequenza gli immigrati come autori di reato ed a privilegiare forme ‘meno sociali’ di controllo della criminalità, come la videosorveglianza o il ricorso alle armi. In sostanza le risposte più 'estremistiche' e radicali sembrano essere appannaggio della condizione giovanile. Gli anziani, differentemente, prediligono forme di controllo della criminalità e progetti di integrazione sociale. In sostanza sembra abbattersi lo stereotipo dell’anziano insicuro e intollerante di fronte invece ad una gioventù maggiormente caratterizzata sul piano dell’intolleranza e di una certa rigidità di vedute sul tema della criminalità.

A tal proposito riteniamo, tra le varie ipotesi esplicative, che una maggior vicinanza, sin dalla tenera età con coetanei stranieri, possa favorire delle risposte in chiave di integrazione ma anche, soprattutto, in chiave di intolleranza. 

Si è già detto di come la sensazione di insicurezza possa essere un sentimento irrazionale. 

Differentemente, varie ricerche condotte in Gran Bretagna e negli Stati Uniti nel corso degli anni ’80 hanno sottolineato l’irrazionalità – rispetto alle cause – della paura, ponendo in rilievo come i gruppi fra i quali era maggiormente diffusa – in genere le donne e gli anziani – fossero anche quelli che correvano meno rischi, mostrando un più basso tasso di vittimizzazione. Nella presente indagine, il paradosso non regge, tendenzialmente, riguardo alla variabile sesso ed età.

La ragione di questi risultati non è di facile interpretazione.

Il dato può essere dovuto in parte alle imprecise ed allarmanti informazioni che i media diffondono circa i rischi concreti di subire un reato (soprattutto in occasione di reati gravi consumati in città); come pure alla maggiore vulnerabilità dei giovani e non delle persone anziane, dovuta ad una maggiore vicinanza del giovane con il mondo dell’immigrazione, così come con il mondo delle illegalità e della devianza giovanile.

Analizzando la relazione tra il livello di insicurezza dei cittadini e la loro pregressa vittimizzazione, indipendentemente dal sesso e dall’età, emerge che l’essere stato vittima di un reato favorisce fortemente il senso di insicurezza. In particolare sono le vittime a mostrare una maggiore tendenza a risposte di controllo sociale più ‘duro’ ed esteso rispetto a chi non ha subito un reato. La variabile ‘vittima’ è la variabile che in sostanza fa 'virare' le altre risposte sul versante dell’insicurezza. Ovverosia: chi è stato vittima tende a sentirsi maggiormente insicuro. Se, come vedremo, nel modello riassuntivo di path analysis, lo stato di vittima interessa un giovane, questo sviluppa un ulteriore senso di frustrazione e di intolleranza razziale.

Gli studi e le ricerche che si sono occupati della relazione fra esperienze di vittimizzazione e paura personale sono giunte a risultati contrastanti.

La sola ricerca longitudinale condotta su questo argomento pone in evidenza che le esperienze di vittimizzazione fanno nascere o crescere la paura personale.

Non va dimenticato, comunque, che la vittimizzazione mantiene un ruolo centrale attraverso i suoi effetti secondari, ovvero il suo impatto sull’ambiente sociale della vittima

Infine, le persone che si sentono meno sicure indicano come possibili iniziative la limitazione dell’accesso agli extracomunitari e l’adozione di sistemi di difesa e di controllo sociale più "forti". Anche queste scelte – maggiormente caratterizzate da un atteggiamento di difesa e di “chiusura” – si inquadrano in quanto di è detto a proposito del sentimento di sfiducia che contraddistingue coloro che non si sentono sicuri. 

Chi invece ha dichiarato di sentirsi sicuro predilige forme di prevenzione della criminalità ed una maggiore integrazione sociale. Non solo: coloro che mostrano di avere una più alta fiducia nelle istituzioni, un maggior “senso civico”, si rivelano anche essere più sicuri. Per quanto riguarda il livello culturale le persone con un maggior livello di scolarizzazione (diploma o laurea) sembrano avere una percezione non dissimile della criminalità rispetto a quella dei meno scolarizzati.

Pur tuttavia i più scolarizzati chiedono forme di controllo della criminalità meno ‘repressive’ a differenza dei meno scolarizzati che invece chiedono ad esempio una maggior limitazione per gli ingressi degli extracomunitari ed un maggior ricorso alle armi come forma di tutela e protezione dalla criminalità diffusa.

Gli stranieri non sembrano inoltre avere risposte e bisogni particolari sul tema sicurezza se non per il fatto che si sentono significativamente più sicuri degli italiani e reputano, applicazione pratica della ben nota legge del contrappasso, con più probabilità gli italiani autori degli atti criminosi.

Tra le varie occupazioni, i pensionati e le casalinghe non hanno mostrato risposte e bisogni dissimili da quelli delle altre categorie professionali. 

Non abbiamo per questo motivo inserito le variabili che li riguardano nelle tabelle di cui sopra.

In un interessante saggio Robert Putnam definisce capitale sociale la fiducia, le norme condivise che regolano la convivenza, la partecipazione alla vita pubblica, elementi che caratterizzano una comunità civica che, a differenza di quelle meno civiche (dove la vita è più rischiosa, i cittadini sono più diffidenti e le leggi imposte dall’alto sono fatte per essere infrante), presenta un’organizzazione sociale più efficiente. 

Putnam R. (1993), La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano.

Gli imprenditori o operatori economici (riunendosi in tale categoria anche i commercianti, i liberi professionisti, e gli artigiani) mostrano invece, rispetto alle altre categorie professionali, peculiarità specifiche. Innanzitutto risultano essere la categoria professionale maggiormente vittimizzata ed è per questo motivo che dichiarano un maggior aumento della criminalità. Sono gli stessi operatori economici ad evidenziare poi una maggiore attenzione all'illuminazione pubblica come forma di tutela dalla criminalità e, più generalmente, invocano un sistema di giustizia più rapido e certo.

Infine abbiamo ritenuto utile sondare la categoria degli studenti. Quest’ultimi hanno mostrato in modo preoccupante una serie di risposte sovrapponibili a quelle dei giovani, ovverosia tendono a criminalizzare di più gli stranieri e a preferire forme più forti di controllo e difesa dalla criminalità (videosorveglianza ed armi). In sostanza i giovani, sia che siano studenti o lavoratori, liceali o giovani operai, hanno per quanto riguarda il tema della criminalità e della propria sicurezza evidenziato risposte più rigide ed intolleranti rispetto ad altre categorie. Riteniamo, come si evince nel grafico di path analysis, che sia la condizione di vittimizzazione a fungere da ‘detonatore’ per il mondo giovanile di istanze repressive e xenofobe.

D’altro canto i soggetti che non hanno avuto esperienze di vittimizzazione ritengono utili dei programmi che favoriscano l’integrazione sociale, con la creazione di posti di lavoro, abitazioni etc.

Infine, le persone che si sentono maggiormente sicure individuano nei progetti di prevenzione e di aiuto alle fasce più deboli della popolazione, nonché nei programmi tesi a favorire l’integrazione sociale gli strumenti che ben potrebbero aumentare il senso di sicurezza.

Anche in questo caso sono da ritenere valide le osservazioni fatte in precedenza circa la tendenza – per coloro che già nutrono un sentimento di sicurezza – ad aprirsi verso la comunità, con un atteggiamento di partecipazione alla cosa comune e di fiducia nei confronti delle istituzioni

Venendo alla percezione di insicurezza legata all’immigrazione si impone a tal proposito una precisazione. 

Il nesso immigrazione = criminalità fa parte di una sovrarappresentazione, come evidenziato dalla tabella successiva, per sua natura eccessiva rispetto alla realtà dei fatti. Infatti se prendiamo la percentuale degli stranieri denunciati in Provincia di Siena (ci scusiamo ma non esistono dati disaggregati ed attendibili sul fenomeno in Valdelsa!), percentuale pari a circa il 13%, e la confrontiamo con la percentuale relativa alla percezione del campione valdelsano relativamente agli stranieri come autori di reati, vediamo che si tratta di una sovrarappresentazione della realtà di oltre 4 volte. 

Rapporto Stranieri Denunciati / Percezione Stranieri come Autori di reato

12,7% Stranieri denunciati nella intera Provincia di Siena, 1999 (Fonte: Regione Toscana)

54,4% Percezione del campione valdelsano stranieri come autori di reato

4,3 = 54,4 / 12,7 = Quoziente di sovrarappresentazione (+) dell’immigrato come autore di reato

Ovverosia: la percezione dello straniero come autore di reato supera di ben 4 volte le dimensioni reali. 

Al contrario la percezione dei cittadini come autori di reati fa parte di una sottorappresentazione del fenomeno. Infatti il campione reputa che sia 2 volte più piccola la percentuale di cittadini autori di reato. E’ evidente come sul tema immigrazione e criminalità il ruolo della percezione giochi un ruolo decisivo.

Rapporto Italiani Denunciati / Percezione Italiani come Autori di reato

87,3% Italiani denunciati nella intera Provincia di Siena, 1999 (Fonte: Regione Toscana)

45,6% Percezione del campione valdelsano italiani come autori di reato

1,9 = 87,3 / 45,6 = Quoziente di sottorappresentazione (-) degli italiani come autori di reato

SOVRA (+) E SOTTO (-) RAPPRESENTAZIONE DELLA PERCEZIONE RISPETTO ALLA DELITTUOSITÀ UFFICIALE DEGLI IMMIGRATI.

Il grafico successivo, detto grafico di path analysis mostra l’incidenza di una variabile sull’altra. In sostanza si tratta di un modello di regressione multipla nel quale le variabili dicotomizzate, ovverosia variabili nelle quali le singole risposte sono state accorpate in due singole voci principali, sono intercorrelate tra di loro. La freccia indica l’esistenza di una relazione tra variabili ed il coefficiente con essa indicato sta a significare la percentuale di incidenza di una variabile sull’altra. Ad esempio se il valore della freccia che va dalla variabile ‘sesso’ alla variabile ‘insicurezza’ è di .113 questo significa che la variabile sesso, e quindi l’appartenenza di genere, influenza la percezione di insicurezza dell’11,3%, o che, dato che le variabili al loro interno sono dicotomizzate, l’appartenenza al sesso maschile è nell’11,3% dei casi associata ad un maggior senso di insicurezza. Il sesso come vediamo gioca anche un ruolo indiretto sulla percezione di insicurezza, tramite la variabile "armi". Ciò vuol dire che coloro tra gli uomini che preferiscono le armi tendono a loro volta a sentirsi più insicuri. Infatti se l’influenza diretta del sesso sull’insicurezza era di .113, adesso, tramite la variabile ‘armi’ il peso della variabile sesso sull’insicurezza è di (.197 x .767 = .151) .151, ovverosia è maggiore rispetto al caso dell’influenza diretta. Se vediamo ad esempio il caso della variabile "giovani", questi allorquando risultano essere vittime di reato aumentano incredibilmente le loro risposte xenofobe e le loro percezioni di insicurezza. Come vediamo dal grafico la variabile finale ‘insicurezza’ è mediata dalla variabile ‘vittima’ la quale funge, come già detto, da variabile-chiave nell’indirizzare le risposte, i bisogni e le paure dei cittadini.

MODELLO DI PATH ANALYSIS

Mondo Economico = Imprenditori-Lib.Prof.-Commercianti-Artigiano vs. Altre Categorie

Cultura = Alta Scolarità vs. Bassa Scolarità

Immigrazione = Ritengo l'immigrazione causa della criminalità vs. Non ritengo che l'immig….

Aumento criminalità = Ritengo che la criminalità si aumentata vs. Non ritengo che la crimin….

Insicurezza = Non mi sicuro nella mia città vs. Mi sento sicuro nella mia città

Giovani = Giovani vs altre categorie di età.

Adulti = Adulti vs. altre categorie di età.

Nazionalità = Italiani vs. stranieri.

Sesso = Maschi vs. Femmine.

*R2 = .904 **R2=.935

APPENDICE 1 - APPENDICE 2